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Yeruldelgger – Ian Manook

Nel bel mezzo della steppa, tra le distese infinite e le yurte dei pochi abitanti, un ragazzino si imbatte in una macabra scoperta. C’è una piccola, piccolissima manina che spunta dalla sabbia…

Yeruldelgger affronta molte ore di viaggio per andare a scoprire cosa c’è sotto tutta quella sabbia. La famiglia di nomadi che ha chiamato la polizia lo aspetta pazientemente, rispettando l’ordine ricevuto di non toccare più nulla per non inquinare la scena di quello che sembra un tremendo crimine. Quando Yeruldelgger arriva e inizia a scavare a mani nude, ciò che trova gli spacca il cuore. Il corpo di una bambina piccola, troppo piccola per morire, troppo piccola per meritare una sepoltura così indegna e senza senso. Insieme alla piccola, il triciclo rosa con il quale probabilmente stava giocando prima di venire uccisa. Yeruldelgger non ha nessun dubbio: una morte così irrispettosa, scandalosa, irrealistica non può che esser stata causata da una brutalità e da una crudeltà altrettanto definitiva.

Yeruldelgger, prima di portare via con sé il corpicino senza vita e il triciclo, promette al vecchio nomade, il capo della famiglia che ha ritrovato il corpo, che catturerà il responsabile del delitto e che libererà l’anima della bambina da un simile e immondo oltraggio. La tradizione legata alla sepoltura ha un’importanza immensa per il popolo mongolo, soprattutto per quelle famiglie che sono rimaste lontane dalla dissoluzione dei costumi attuata a causa di regimi stranieri e dalla fusione con nuove culture. Sono in pochi coloro che notano lo squarcio insanabile tra il prima, pieno di spiritualità, di gesti, di amore, e un dopo devastato da costumi e idee che non appartengono al popolo mongolo. Il tentativo operato dai sovietici dà infatti risultati estremi nella mente, nella storia e persino nell’architettura mongola: “ognuno vi cercava un simbolo, eppure non era nient’altro che uno di quei grandi progetti sovietici senza anima e senza ragione, uno di quegli accatastamenti di vite disumanizzate che sconquassava i nuovi arrivati con il suo rigore, poi giorno dopo giorno schiacciava la loro esistenza con la sua bruttezza”. I più puri si sono tenuti alla larga dalla distruzione di una cultura millenaria che affonda le sue radici nelle tradizioni più importanti della filosofia mongola.

Yeruldelgger non ha molti indizi per risolvere questo caso, che assorbe yeruldelgger-light-674x1024tutti i suoi pensieri: l’ingiustizia di quella morte lo ferisce in maniera categorica, soprattutto perché riapre una ferita ancora aperta e dolorosissima. Yeruldelgger, infatti, ha perso sua figlia Kushi da pochi mesi: la morte della sua piccolina lo ha distrutto in modo indefinibile, cambiando per sempre la sua vita. La morte di Kushi, rapita e ritrovata solo quando era già troppo tardi, ha spaccato completamente la famiglia del poliziotto. Sua moglie Uyunga ha perso la ragione, nel vano tentativo di far sparire quel dolore insostenibile. Mentre la figlia maggiore, Saraa, si è allontanata dal padre perché fermamente convinta che sia sua la colpa della morte di Kushi. Sembra infatti che i rapitori fossero dei delinquenti ai quali il poliziotto stava dando la caccia, i quali avrebbero rapito la piccola Kushi per convincerlo ad abbandonare l’indagine.

Saraa non parla più con il padre e vive una vita di stenti insieme a una compagnia di criminali e drogati, rifiutando qualsiasi ricongiungimento con l’unico componente ancora vivo e sano della sua famiglia natale. Uyunga, invece, è rimasta a vivere a casa di suo padre Erdenbat, l’uomo politicamente ed economicamente più potente della Mongolia. Yeruldelgger sospetta che tutta la ricchezza di Erdenbat derivi da qualche azione criminale, ma non ha modo né voglia di dimostrare la correttezza della sua intuizione. Dopo la morte di Kushi, infatti, Yeruldelgger sente di non avere più motivo per vivere: “conservava sempre quel sentimento strano di un passato e di un futuro senza vita che lasciavano i poveri in un presente senza ambizione, fatto di piccole speranze quotidiane. O di piccole disperazioni…”

Ma la morte di questa bambina sconosciuta e probabilmente straniera, oltre a portare a galla una serie di emozioni che il poliziotto tentava di reprimere, lo spinge anche a ritornare alla realtà e combattere per trovare il colpevole e sbatterlo in cella. Da una prima analisi, però, sembrerebbe che la piccola sia morta ormai da diversi anni, per cui le indagini vengono accantonate e ritardate a causa di una ben più spinosa situazione: in un magazzino vengono ritrovati i cadaveri di tre cinesi, brutalmente massacrati e menomati.

Le autorità non dimostrano molto interesse per il caso della piccola, in quanto la morte di tre cinesi in territorio mongolo sconvolge il precario equilibrio politico vigente con la maestosa Cina.

Yeruldelgger dovrà combattere con tutte le sue forze per risolvere i due casi, potendo contare sull’infallibile e coraggiosa Oyun, la sua combattivissima collega, e da Solongo, medico legale e fedelissima amica. Tutte le forze messe in campo dal poliziotto saranno costantemente contrastate da Mickey, il capo dell’unità, individuo assai sospetto e poco trasparente, con cui Yeruldelgger si scontra da sempre.

Ma, a mano a mano che le indagini prendono corpo e sostanza, Yeruldelgger inizia a sospettare che, in qualche modo, sia la stessa mano omicida a dover scontare entrambe le colpe. O comunque, se così non fosse, i collegamenti sono troppo palesi per pensare di scindere completamente le due strade. E, infine, la morte di Kushi sembra essere in qualche modo collegata a una diversa organizzazione criminale, una ancora più potente e influente di quella a cui si era inizialmente pensato…

Ma il poliziotto ha una forza interiore incredibile, che si manifesta spesso e volentieri durante la notte: i sogni chiarificatori di Yeruldelgger, oltre a spingerlo alla riflessione, saranno d’importanza fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio necessario a gestire questa tremenda situazione. Yeruldelgger sa che “i sogni sono un linguaggio. Non sono né divinatori né premonitori. Non fanno altro che tentare di dirti quello che non osi ancora confessarti. Tutto quello che c’è nel tuo sogno è già in te. È fatto di dettagli nascosti, d’intuizioni fugaci, di deduzioni rimosse, che il sogno ti restituisce in una logica diversa da quella del tuo pensiero… I sogni non appartengono né a chi li fa né a chi li legge. Sono soltanto un legame invisibile tra le anime e i cuori”.

Il passato di Yeruldelgger ritorna in tutta la sua potenza: i ricordi e la disperazione, ma anche un’antica saggezza derivante dall’educazione ricevuta dai guerrieri Shaolin. Grazie a Yeruldelgger abbiamo modo di scoprire l’antica filosofia Shaolin, anch’essa, per un periodo, perduta e sostituita da qualcosa di completamente diverso: “i monaci erano diventati più guerrieri che monaci, più potenti che saggi, più cupidi che generosi, al punto di essere noti con il nome di monaci briganti di Shaolin”.

Riuscirà Yeruldelgger a risolvere i tre casi? E a quale prezzo?

Yeruldelgger, lungo tutto la sua incredibile storia e la sua indagine, ha impresso nella memoria un antico insegnamento Shaolin: “La poca saggezza che ancora conservava della sua ex vita di nomade gli raccomandava l’unico comportamento possibile: aspettare”. Per poter combattere questa estenuante guerra contro il crimine, il poliziotto deve tenere sempre a mente che  “non s’impara da soli, e anche l’avversario è un alleato. La sua forza crea la nostra, quella forza che distrugge ciò che la collera può solo travolgere. Gli uomini in collera non fanno né uomini buoni né combattenti bravi”.

Yeruldelgger è stato addestrato ad affrontare tutte le battaglie, tutti i nemici, secondo il metodo Shaolin: “evitare le battaglie inutili, che sono soltanto la dimostrazione dell’inefficacia di ogni altra cosa, ma non indietreggiare mai una volta iniziata la battaglia. Avanzare sempre, senza collera, sempre al proprio ritmo. Mantenere la forza. Non tentare di evitare i colpi indietreggiando, ma avanzare sempre verso di essi mettendosi fuori asse. Capire l’attacco dell’altro più che attaccarlo”.

Yeruldelgger – morte nella steppa, di Ian Manook, pubblicato da Fazi Editore, è un thriller che lascia costantemente con il fiato sospeso, emozionante, pieno, spettacolare. Oltre alla particolarissima trama, più intricata di un cespuglio di ginepri, costellata da sorprese e colpi di scena, la spettacolare peculiarità di questo bellissimo libro è la descrizione di molte antichissime tradizioni del popolo mongolo, via via sempre meno conosciute e considerate al giorno d’oggi, ma bellissime e uniche come solo le tradizioni e filosofie di vita antiche sanno essere.

Yeruldelgger, oltre a farci fremere ed emozionare con la sua prosa, la sua narrazione e la sua storia, sa regalarci degli elementi peculiari del mondo mongolo, che rendono questo romanzo un caso unico nel panorama letterario moderno.

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Recensione di
Federica Bruno

Lettrice affiatata, non riesco a smettere di scrivere, scrivere, scrivere. Amo i libri gialli, l'ironia e la parmigiana di melanzane.

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