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Where the wild things are – Maurice Sendak

Ieri, otto maggio duemiladodici, è morto – io odio utilizzare eufemismi quali “è mancato”, “se ne è andato” e via dicendo – Maurice Sendak, genio della letteratura per l’infanzia e ottimo illustratore.

Il suo Where the wild things are, pubblicato nel 1963, resta ancora oggi uno dei volumi più straordinari che siano mai stati scritti per i bambini, un piccolo capolavoro di allusioni e di non detto, un prontuario che ci insegna come sopravvivere in questa barchetta sballottata tra le onde che è la vita, ben oltre le età a un numero singolo.

Max, che fa il diavolo a quattro in giro per casa travestito da lupo mannaro, viene mandato a letto senza cena per punizione. La sua rabbia sorda e furiosa di lacrime ingoiate e di guance paonazze finisce per creare una foresta incantata nella sua stanza, alla quale si può accedere tramite un breve viaggio in barca. Una volta giunto sull’isola misteriosa, Max incontra i mostri – non c’è altra definizione dell’immaginario per definirli, sono “mostri” e basta – più straordinari, burloni e deliziosamente cattivi che esistano. Si ferma presso di loro per un po’, viene anche eletto re, può giocare come preferisce, correre libero e fare tutte le leggi che vuole  – ma poi Max si rende conto che, come diceva l’Uomo Ragno cinematografico, “a un grande potere corrispondono grandi responsabilità” e decide che è giunto il momento di tornare a casa.

Ben lungi dall’essere una favoletta morale sull’importanza di essere buoni e obbedienti, Where the wild things are è una celebrazione dell’animo meravigliosamente selvaggio e dell’energia immaginativa dei bambini – che può davvero creare mondi fantastici – della loro rabbia – così forte da scatenare le tempeste – del loro egoismo – tanto più profondo proprio perché involontario – e infine del loro coraggio, veramente infinito. Riesce anche a raccontare  l’ambivalenza dell’amore e il pericolo sottile di quando diventa incondizionato – la frase pronunciata dal mostro femmina, “ti amo così tanto che ti mangerei”, è un sublime esempio dell’irrazionalità dell’amore viscerale tra madre e figlio – e l’importanza della paura, del mettersi in gioco, del provare a superare le difficoltà, del niente è come sembra, della percezione dei propri limiti, del venire a patti con le proprie frustrazioni. Non c’è niente da fare, più rileggo questo libro più ci trovo dentro nuovi significati, spunti, pensieri. Parla della vita a trecentosessanta gradi, in modo così semplice e chiaro che sembra quasi impossibile. Doveroso ricordare questa meraviglia, doveroso commemorare chi ce l’ha donata. Leggetelo tutti, non ve ne pentirete!

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Recensione di
MaddalenaErre
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5 commenti
  • Penso spesso che vorrei tornare una bambina. Fortunatamente la fantasia e l’immaginazione non mi hanno abbandonata con l’età ma ricordo quanto incredibilmente fosse forte e devastante il mio potere di immaginazione qualche anno fa.
    Letti che diventavano zattere, tappeti fiumi ed era tutto incredibilmente vero e reale. Cos’è che ci fa perdere quel potere?

    • Se la fantasia e l’immaginazione non vengono mortificate negli anni dell’infanzia, resistono. Ma certo gli impegni, le responsabilità, le delusioni dell’età adulta non aiutano. Non si deve mollare, però!
      La scorsa settimana ho rivisto una serie animata degli anni ’70 insieme a mio figlio: lui ne è stato conquistato, come me alla sua età; io ho dovuto combattere contro la razionalità che mi faceva notare i tratti illogici della trama e contro il pessimismo che mi spingeva a rifiutare il messaggio ottimistico. Ma in fondo me la sono goduta anche io!
      Questi “tuffi” nel fantastico fanno bene: sono un antidoto all’aridità e alla disperazione di tanta quotidianità. E possono aiutarci anche a portare un pizzico di follia e un po’ di ottimismo, nonostante tutto, nella realtà che viviamo. Il che, a volte, può perfino salvarci la vita.

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