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Vox – Christina Dalcher

Nonostante abbiano dei limiti, non si può negare che i romanzi di Christina Dalcher si leggano piacevolmente e possano offrire importanti spunti di riflessione al largo pubblico. Tale giudizio, già formulato dopo essermi imbattuta casualmente nella Classe, è stato confermato dalla lettura del primo romanzo dell’autrice, Vox (Vox, 2018), anch’esso appartenente al filone distopico/ucronico.

Jean è una studiosa nel campo delle neuroscienze, ma da un anno e più non lavora perché il nuovo ordine non lo consente. Negli Stati Uniti del presidente Myers ha infatti prevalso l’integralismo religioso del reverendo Carl Corbin: perciò la politica e la società sono ormai improntate ad un moralismo ottuso e bigotto che impone comportamenti molto castigati e soprattutto relega le donne in totale subalternità. Negli ultimi mesi alle donne è stata tolta anche, letteralmente, la parola: non possono pronunciarne più di cento al giorno e un contatore applicato al polso fa scattare delle scosse elettriche se si oltrepassa il limite, tanto più forti quanto più lo si supera. Tuttavia Jean e la sua figlioletta Sonia vengono liberate dal contatore quando le competenze della scienziata diventano importanti per il governo. A lavoro ultimato, è già stabilito che tutto torni come prima… a meno che non sia l’inizio di una rivoluzione.

Il romanzo presenta non pochi punti di contatto con La classe. Al centro della vicenda, qui come lì, c’è una donna che ha passato i quaranta, sposata e con figli bambini e adolescenti; e proprio per una figlia, qui come lì, la protagonista diventa disposta a tutto, anche a sfidare il potere costituito; infine, qui come lì, la storia si chiude, dopo alcuni drammi, su note positive. Anche dal punto di vista strutturale e formale, qui come lì, la narrazione è scorrevole e piuttosto avvincente, fin troppo semplice però dal punto di vista lessicale e sintattico, non particolarmente originale nella trama – se non nella buona idea di partenza – e ulteriormente indebolita da qualche cedimento agli “effetti speciali” (e qui anche ad un romanticismo da letteratura rosa).

Il romanzo è stato da molti paragonato al Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, dal momento che la distopia riguarda in particolare la condizione femminile.  Sicuramente l’invenzione della Atwood è molto più complessa e originale, ma il paragone – nella consapevolezza della distanza che separa le due opere – resta valido, e vitale è il messaggio.

Gli integralismi si scagliano sempre contro il “diverso”, percepito come pericoloso per l’ordine che si vuole imporre o che si è già imposto. In questo caso si tratta delle donne (ma si paventa la possibilità che in un prossimo futuro vengano coinvolte le persone di colore) e il tema in effetti è più che attuale. Non è banale ricordare che in questo momento, nel mondo, sono milioni le donne sottomesse e umiliate dagli uomini, a cui è impedito (per legge o di fatto) di studiare e di partecipare alla vita sociale, economica e politica del loro Paese; a cui non è consentito di compiere scelte in libertà; a cui davvero una parola di troppo può costare la vita. E non è banale neppure evidenziare che nei nostri Paesi occidentali, cosiddetti civili, esistono ancora numerose discriminazioni nei confronti delle donne, ad esempio nel mondo del lavoro, dove siamo ancora lontani dalle pari opportunità sancite dalla legge: questo dato di fatto è a sua volta strettamente collegato ad una concezione della famiglia ancora patriarcale, per cui la cura della casa e dei figli è troppo spesso automaticamente demandata alle donne a discapito della loro realizzazione personale e professionale.

Le conquiste delle lotte femministe più o meno lontane nel tempo vanno quotidianamente difese e consolidate qui e ora, per poter un giorno trionfare anche ad altre latitudini e longitudini. Ma appunto si tratta di una lunga guerra ben lontana dall’essere vinta e in cui quello di regredire è un rischio concreto e costante. Perciò è fondamentale il ruolo della scuola per un’educazione alla parità di genere che deve cominciare dalle piccole cose nella giovane età per poter diventare un patrimonio valoriale per il resto della vita e in ogni contesto. Perciò libri come Vox, anche se non posseggono particolari pregi letterari, devono comunque essere divulgati presso il grande pubblico e magari essere anche trasposti sullo schermo (cosa per la quale i romanzi della Dalcher mi sembrano molto adatti), ad esempio in una miniserie o in qualunque altra forma che possa raggiungere il maggior numero possibile di persone.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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