¡Viva la vida! – Pino Cacucci

Alcune figure di donne le porto nel cuore e non riesco a non restarne affascinata e rapita ogni volta che la mia strada si incrocia con la loro. Una di queste icone per me irrinunciabili è Frida Kahlo, la pittrice messicana che con la sua vita dolorosa e appassionata e con la sua arte dai colori intensi, onirica e spietata, ha lasciato una traccia indelebile di sé nella storia.

Frida non smette di ispirare anche artisti e scrittori. Così è nato il monologo ¡Viva la vida! (2010) di Pino Cacucci (Alessandria, 1955). Nel progetto originario sarebbe dovuto essere un copione per quattro personaggi, ma non se ne fece nulla; Cacucci però non poteva rassegnarsi – come lui stesso scrive – e «le voci nel cassetto» si sono condensate nella voce della sola Frida.

Il monologo è un viaggio a ritroso. Frida sta morendo e si rivolge all’indietro a ripercorrere quella sua vita breve e dolorosa a cui però è rimasta aggrappata fino alla fine. L’amore sublime e velenoso per Diego, ma ancora prima l’incidente spaventoso in autobus e la scoperta della pittura durante la lunga convalescenza. Le protesi, gli interventi chirurgici, la maternità negata; e contemporaneamente sempre Diego, ingombrante distruttivo indispensabile. Altri amori, per uomini e per donne, tradimenti separazioni ricongiungimenti; e contemporaneamente la politica e il sogno di una società più equa e più giusta infranto dal cannibalismo a cui anche i comunisti non sono stati capaci di sfuggire. I sogni nonostante tutto incrollabili, la rottura di tutti gli schemi, l’arte che è lotta contro la morte. La “Pelona” sempre incombente, il dolore onnipresente, ma sempre e comunque ¡Viva la vida!

«E spero di non tornare mai più» scrisse Frida poco prima di morire. Così si chiude anche il monologo. È valsa la pena esserci. Tornare non avrebbe senso. Frida ha vissuto tutto ciò che un essere umano può sperimentare. E sopportare.