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Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio – Remo Rapino

Professore ormai in pensione, scrittore di racconti, poesie e romanzi, Remo Rapino (Casalanguida, 1951) ha vinto il Premio Campiello 2020 con il romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (2019), e lo stesso libro è entrato anche nella terna dei finalisti del Premio Napoli 2020. Il romanzo, scritto in una prosa molto originale, tiene il lettore incollato alla pagina, curioso di seguire fino alla fine la storia del protagonista.

Liborio Bonfiglio nasce in un piccolo centro dell’Appennino (che si identifica con la Lanciano dell’autore) nel 1926. La sua vita attraversa l’intero XX secolo fino ad affacciarsi al nuovo millennio: il fascismo, la resistenza, il dopoguerra, il boom economico, il riflusso, la seconda repubblica costituiscono lo sfondo su cui si collocano le vicende personali del protagonista. Ed è proprio lui a raccontarle, giunto quasi al termine dei propri giorni.

Il tratto caratteristico del romanzo è certamente la voce straniata e straniante del narratore Liborio: lui è un “cocciamatte”, quello che si definisce “lo scemo del villaggio”, e da matto ha attraversato quasi un secolo di storia, vivendo tra la sua cittadina natale, Milano, Bologna ed altre località, lavorando come contadino e come operaio, provando anche l’esperienza del carcere e del manicomio; e da matto decide di mettere per iscritto la sua storia.

Il romanzo si presenta dunque come un lungo monologo interiore, scritto in una lingua spesso sgrammaticata (Liborio non ha potuto studiare), infarcita di dialettismi e modi di dire popolari, un impasto linguistico vero, gustoso e appassionante. E la storia è quella di un uomo che ha vissuto una vita lunga e per molti versi perfino normale senza mai essere stato normale, di un uomo che ha conosciuto uomini e donne nella sua vita restando però fondamentalmente solo, isolato e disadattato.

Il libro lascia proprio per questo un senso di amarezza e di tristezza per la sorte di un “diverso” che forse solo negli anni del ricovero in manicomio ha trovato una comunità a cui si è sentito di appartenere e un senso alla propria esistenza; per il resto incompreso, quando non emarginato e reietto. Amarezza e tristezza per la sorte di un uomo che aveva amore e passione e una sua incrollabile coerenza che nessuno ha davvero compreso, tranne il maestro delle elementari Cianfarra Romeo e il medico del manicomio Mattolini Alvise. Amarezza e tristezza per la sorte di un uomo che avrebbe potuto avere una vita diversa e migliore e che pure la sua vita l’ha vissuta, a dispetto di ciò che non comprendeva e di ciò che lo accusavano di non comprendere.

La terna dei finalisti del Premio Napoli di quest’anno ha ruotato tutta intorno al tema della diversità, vista nei suoi diversi aspetti e da diverse angolazioni. E tutti e tre gli autori ci hanno ricordato, con i loro libri, che il diverso, spesso fragile, spesso stranito, spesso smarrito, deve essere accolto e sostenuto, affinché trovi il suo posto nel mondo. La più grande lezione di civiltà dell’uomo: non lasciare indietro i più fragili, come farebbe invece un branco di fiere.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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