Vicolo del mortaio – Nagib Mahfuz

L’unico scrittore arabo che abbia ricevuto un Premio Nobel (nel 1988) è l’egiziano Nagib Mahfuz (Il Cairo, 1911 – 2006), vittima di numerose censure e anche di un attentato; tra i suoi romanzi più famosi c’è sicuramente Vicolo del mortaio (Zuqāq al-Midaq, 1947).

Il Vicolo del mortaio è una stradina abitata per lo più da persone di estrazione sociale modesta, che combattono quotidianamente contro la miseria e hanno imparato l’arte di arrangiarsi, talvolta anche con mezzi illegali e perfino crudeli: il giovane barbiere Abbas al-Helwu si arruola per fare fortuna e sposare la giovane e bella Hamida; Umm Hamida fa la mezzana e così guadagna qualche piatto di carne; il dentista Bushi in realtà non è medico benché eserciti come tale; il lurido Zaita procura mutilazioni a chi vuole diventare mendicante e specula sulle elemosine… Nel vicolo vive però anche qualche persona più benestante come il padrone del bazar Sayyd Selim Alwan, preoccupato della sua virilità e della sorte della sua eredità, o la proprietaria di appartamenti Saniyya Afifi, in cerca di marito alle soglie dei cinquant’anni. Le storie quotidiane, per lo più dolorose, di questi e di tanti altri personaggi si intrecciano sullo sfondo di una città, Il Cairo, divisa tra quartieri popolari e zone più agiate sotto l’occupazione britannica durante la seconda guerra mondiale.

Tra i tanti personaggi di questo romanzo “corale” spiccano due giovani, peraltro “fratelli di latte” perché allattati dalla stessa donna: Hussein Kirsha e soprattutto Hamida, alla quale è dedicato il maggior numero di capitoli del libro. Sono insofferenti alla vita misera del vicolo e ribelli agli usi e alle credenze tradizionali. Hamida in particolare, in quanto donna, aggressiva, ambiziosa, spregiudicata (eppure anche a suo modo ingenua), non può che scontrarsi con una società tradizionalista, patriarcale e virilista, fino a drammatiche conseguenze.

Il romanzo appartiene alla produzione del cosiddetto periodo realista di Mahfuz e rappresenta in maniera effettivamente molto vivida i luoghi, gli oggetti e i personaggi, mostrandoci la miseria materiale e quella morale, i pregiudizi e le trasgressioni, i sogni modesti e le grandi ambizioni della piccola comunità del Vicolo del mortaio. Sotto molti aspetti, e nonostante la distanza cronologica e geografica e le diverse scelte stilistiche, si coglie più di un’affinità con i Malavoglia del nostro Giovanni Verga. In entrambi i romanzi uno scrittore borghese e colto rappresenta un ambiente socialmente ed economicamente modesto, sostanzialmente immobile, in cui si insinua, tentatrice e pericolosa, la modernità. In Mahfuz il nuovo acquista caratteri particolarmente negativi anche perché associato agli occupanti inglesi; mentre il passato si colora di tenera nostalgia, che si tratti dei profumi del vicolo o della voce del cantastorie.

Vicolo del mortaio (anche in questo caso non molto diversamente dai Malavoglia di Verga) rappresenta in maniera molto realistica anche la condizione delle donne, condannate alla subordinazione familiare e sociale (sebbene in qualche caso riescano a sfuggire) e che neppure il progresso può salvare dalla classificazione, netta e senza appello, in vergini e puttane. Su questo tema, come anche su quello dell’omosessualità (emblematica è la storia di padron Kirsha, il proprietario del caffè), l’autore stesso sembra condividere i preconcetti, o quanto meno il disagio, dei suoi personaggi. Non bisogna però dimenticare che nel 1947 pregiudizi dello stesso tipo caratterizzavano anche la mentalità occidentale. Né va trascurato il fatto che, proprio per aver dato spazio nelle sue opere a temi come prostituzione e omosessualità, Mahfuz è stato oggetto di censure e anatemi da parte degli integralisti islamici fino a subire, nel 1994, un attentato da parte di un fondamentalista.

Il rapporto con il progresso e la modernità è un tema ricorrente nella letteratura dei periodi di transizione. Chiudere le porte al cambiamento è impossibile ed espone al rischio di esserne travolti; ma anche il progresso deve essere valutato in tutti i suoi risvolti, apprezzando e godendo delle conquiste culturali e sociali, ma cercando anche di salvaguardare le buone lezioni dell’antico e rigettando gli aspetti eventualmente più disumani e disumanizzanti del nuovo. Se mai è possibile.