Il viaggio dell’elefante – José Saramago

A volte i libri nascono per caso. Perché ti colpisce una serie di piccole sculture esposte in un ristorante di Salisburgo. Perché scopri che quelle figurine di legno riproducono un curioso evento storico. Perché se un re ha avuto l’idea di regalare un elefante indiano a un arciduca, questa vicenda può perfino diventare emblematica (oltre a far sorridere). Così è nato Il viaggio dell’elefante (A viagem do elefante, 2008) del Premio Nobel portoghese José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010).

È l’estate del 1551 quando Dom João III del Portogallo decide, su suggerimento della moglie, di donare all’arciduca Massimiliano d’Austria, che in quel momento risiede a Valladolid, l’elefante indiano Salomone. Comincia così un lungo, rocambolesco viaggio per terra e per mare, che porta l’animale prima in Spagna e poi in Austria, attraversando anche l’Italia settentrionale. Ad accompagnare Salomone, oltre a carovane di inservienti, soldati e alte personalità, il guardiano (“cornac”) Subhro.

Uno scrittore fantasioso e caustico come Saramago non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di raccontare una storia stravagante che poteva perfettamente prestarsi a diventare un apologo sul potere, sulle ambizioni e anche sulla religione e sulla superstizione. Così, accompagnando Salomone da Belém a Castelo Rodrigo, da lì a Valladolid e poi fino a Vienna passando per Genova, Padova, Bressanone, Innsbruck, Linz e mille altre località, seguiamo anche i grotteschi tentativi di esorcizzare l’elefante e alternativamente di fargli compiere miracoli, ostentazioni risibili di prestigio e potere da parte di personaggi non proprio all’altezza del ruolo e ripetuti eventi naturali che terrorizzano gli uomini ma non riescono ad insegnare loro l’umiltà (non a tutti, almeno).

Il protagonista del romanzo è certamente l’elefante, che attraversa l’Europa senza comprenderne i motivi, ma non di rado avvertendo istintivamente cosa sia più utile o giusto; chi certamente deve fare i conti con le pretese e le mire dei potenti cercando di non restarne stritolato è invece il cornac Subhro, che però con la sua astuzia e il suo spirito, pur rischiando continuamente di indispettire le autorità, riesce infine sempre a cavarsela. Tutt’intorno si muovono personaggi più o meno rilevanti, che mostrano tutta l’infinita e spesso moralmente misera varietà dei tipi umani.

Il viaggio dell’elefante non è una delle opere migliori di Saramago poiché meno incisiva e anche meno fantasiosa e meno surreale (per quanto possa essere difficile da credere, vista la trama) di altre come Cecità, La zattera di pietra, Le intermittenze della morte… . Tuttavia ancora una volta lo scrittore portoghese ci ha lasciato una storia che incuriosisce e diverte, e che al tempo stesso demolisce miti e ambizioni diffuse.

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Un’altra recensione di questo romanzo si può leggere -> qui.