Underworld – Don Delillo

A Natale ho regalato a mia madre un libro di fotografie in bianco e nero emblematiche del novecento. Vi sono rappresentati il funerale di John Fitzgerald Kennedy, l'invasione delle spiagge in estate, una trincea di guerra, la cena in una strada del Bronx di una numerosa famiglia italiana, lo sbarco sulla Luna, cose così.

Proprio ad un album di istantanee del novecento paragonerei "Underworld". Brevi ritratti di persone comuni (e non) con le loro nevrosi (come il ricercatore della match ball nella vittoria dei Giants sui Dodgers), il loro passato (vedi Nick, l'analista in rifiuti), i tradimenti – tema, quest'ultimo, presente anche in "Rumore bianco" dello stesso autore.

underworld - don delilloNon c'è una vera e propria trama. "Underworld" poteva essere una raccolta di racconti. DeLillo decide di frammentare i vari episodi, andando avanti e indietro nel tempo. Solo alcune storie hanno un comune denominatore: la suddetta palla, usata come pretesto per raccontare l'America.

L'America dell'assassinio di JFK, dei bombardamenti in Vietnam, non importa di quale fazione, e degli esperimenti con le bombe atomiche (al riguardo provate a leggere "Benvenuti su Marte" di Ken Hollings).

L'America degli opposti: il capo dell'FBI J. Edgar Hoover e il comico dissacrante Lenny Bruce; l'arte moderna di Klara Sax e i graffiti dei writers (qui letteralmente tradotti con il termine "scrittori").

L'America degli italiani nel Bronx, della lavastoviglie, del frigorifero, della mousse di pollo Jell-O, dei serial killer che telefonano in TV durante il telegiornale. 

L'America del baseball, di chi tira a campare, della malinconia legata agli oggetti.

Nonostante quanto detto sopra, questo non è un libro che rileggerei: non mi ha preso. Forse perché non ha dialoghi coinvolgenti, procede con calma, senza comunicare nessuna urgenza. Bisogna avere molta pazienza (ottocentottanta pagine di pazienza). I protagonisti mi appaiono freddi, mentre si trascinano attraverso le loro esistenze, con i loro errori, l'invecchiamento.

Ecco, forse uomini e donne descritti qui dentro mi sembrano sempre vecchi. Verso la fine del romanzo, due dei protagonisti (Nick e suor Edgar) guardano dove sono arrivati, cos'è stata la loro vita, riconsiderano un po' il tutto, con la rassegnazione tipica dell'età in cui si finisce di sorprendersi ma si cerca di dare un senso alla propria esistenza, ricordando gli anni e quanto accaduto. Con la nostalgia di tempo passato e perduto che si ha guardando un album di vecchie foto.