Una questione privata – Beppe Fenoglio

Uomo schivo, scrittore dallo stile scarno eppure vivido, Beppe Fenoglio (Alba, 1922-Torino, 1963) resta un autore poco conosciuto, benché sia piaciuto molto a quella finissima penna che era Italo Calvino. Le opere più famose di Fenoglio, paradossalmente ma non troppo, sono riemerse dalle carte rimaste inedite e successivamente recuperate. Una questione privata è una di queste, un romanzo breve (o racconto lungo, come si preferisce) ambientato – come tante altre opere dello scrittore – al tempo della guerra partigiana.

Milton è uno studente universitario che si è unito a una brigata badogliana della Resistenza. Nell’inverno del 1944 si trova a passare nelle vicinanze della villa dove abitava Fulvia, una giovanissima ragazza di cui lui era segretamente innamorato e che ora vive a Torino. Le parole dell’anziana custode destano in Milton un dubbio che diventa un tarlo che non gli dà pace.

Come in altre opere di Fenoglio, il protagonista è, per molti versi, una figura autobiografica. Milton è infatti riservato, solitario, chiuso in se stesso e nei propri pensieri, mentre dentro gli ardono le passioni (ed è anche, come l’autore, ottimo conoscitore della lingua inglese). È appunto la passione quasi furiosa per Fulvia (che non a caso deve essere piaciuta a Calvino, estimatore di Ariosto) a muovere il personaggio tra la nebbia, il fango, la pioggia delle Langhe, inseguendo i suoi fantasmi (di nuovo come un eroe ariostesco).

A fare da contrappunto ai sogni e alle ossessioni di Milton c’è il paesaggio delle Langhe, descritto in maniera molto concreta, corposa, tanto che sembra di vederlo, di sentirlo, di toccarlo, perfino di soffrirlo. E in questi luoghi si combatte la guerra dei partigiani contro i fascisti.

I capitoli a mio parere più belli, perché più mossi rispetto agli altri essenzialmente statici  incentrati sui pensieri e sui ricordi del protagonista, sono gli ultimi, in cui incontriamo altri personaggi e leggiamo episodi anche questi molto vividi di quella guerra di Italiani contro Italiani. Se però il lettore cerca un’esaltazione della Resistenza, non può che restare deluso: d’altra parte, il titolo stesso fa intendere chiaramente che la narrazione è focalizzata su una vicenda personale.

Sussiste in effetti un dubbio: che Una questione privata sia un’opera incompiuta, che la storia non dovesse terminare lì dove si conclude nel testo che ci è rimasto. Il che rimetterebbe inevitabilmente tutto in discussione. Gli orientamenti più recenti della critica escludono che manchi qualcosa; in ogni caso, a maggior ragione in un’ottica ariostesca e calviniana, il finale che possediamo sembra semplicemente perfetto.

Restiamo dunque sul testo che abbiamo. Calvino (che come Fenoglio la Resistenza l’aveva fatta) ha affermato che il libro descrive quella guerra «vera come mai era stata scritta». E aveva ragione. Era una guerra necessaria; e per fortuna è stata vinta. E anzi, quasi 80 anni dopo, dovremmo esserne eredi più degni, mentre invece sembrano risvegliarsi i peggiori fantasmi del nostro passato autoritario, repressivo, violento e razzista. Era una guerra necessaria; e per fortuna è stata vinta. Anche se le motivazioni di alcuni partigiani erano meno eroiche di quello che ci piacerebbe, meno limpide di quello che vorremmo. O magari anche solo private.