Una cosa divertente che non farò mai più – D.F. Wallace

Bene perché sto sulla Nadir e bene perché fra un po' non ci starò più, bene per il fatto di essere sopravvissuto (in un certo senso) anche se mi hanno viziato a morte (in un certo senso).

Credo di avervi già detto che D. F. Wallace è uno dei tanti geni che ci siamo persi strada facendo.
Ho appena ultimato la lettura del suo immortale A supposedly Fun Thing I'll never do again, ovverosia Una cosa divertente che non farò mai più. Ovvero, cosa succederebbe se un giornalista con un cappellino dell'Uomo Ragno, una giacca da becchino (e una maglietta con disegnato sopra uno smoking nella valigia) e una fissa per gli squali si imbarcasse per un reportage su una crociera 7 Notti ai Caraibi su una nave extra-lusso.

E così, fra cameriere invisibili, ufficiali greci che hanno la strardinaria capacità di poter essere dispoticamente servizievoli, Sorrisi Professionali e Professionali Divertimenti, water terroristicamente risucchianti e grandi cesti di frutta fresca ad nauseam, il Nostro si fa viziare – che in inglese si dice to pamper, e certamente questa parola non è evocativa solo per noi non anglofoni – per una settimana sotto la volta di lapislazzuli del cielo caraibico. E per il motivo, assolutamente professionale, di dire a noi, o almeno ai lettori della Harper's, come ci si sente, ad essere osservatori esterni di questa collettiva ipnosi edonistica.

D.F. Wallace aveva il dono di ritrarci come gli animali che siamo, e non come gli uomini che vorremmo essere. Aveva – ha, in effetti, perché anche se è morto i suoi libri, almeno quelli, restano con noi – il dono di essere spiritosamente impietoso senza apparire insopportabilmente radical-chic, ma mantenendo la consapevolezza di essere uomo fra gli uomini, purtroppo. E di far apparire la cosa malignamente, eppure irresistibilmente, divertente.