Un giorno questo dolore ti sarà utile – Peter Cameron

 

“… sono disturbato”. Pensavo al significato di questa parola, e che cosa volesse dire veramente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film, o dalla foresta vergine che brucia… O dalla guerra in Iraq.”

 

Si chiamano pregiudizi. Con alcuni libri succede. Te li ritrovi in mano alla fine del tuo giretto tra gli scaffali della libreria, o nel tuo cestino virtuale nel tuo shopping online. E solo una volta a casa prendi coscienza che non hai la minima idea del perché tu abbia fatto quell’acquisto. Leggi il titolo e ti rendi conto che non è il momento, forse, di iniziare una lettura così. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Immaginavo di trovarmi sepolta sotto un mare di disastri, tra quelle righe. Problemi, ostacoli, impedimenti e tormenti per il nostro protagonista iper analitico. Una lettura del genere presuppone, per il lettore che si appresta a cimentarsi nell’impresa della lettura, uno stato d’animo placido. Privo di quegli scossoni emotivi che, ahimé, nel mio caso erano più che presenti. Quindi da ottobre questo libro è stato a gurdare il flusso dei miei giorni dal ripiano più alto della mia libreria. Mi sono decisa a leggerlo solo prima di natale. L’ho infilato in valigia insieme ad altri due libri. Due letture “leggere” e senza strazi. Che compensassero la pesantezza di queste duecentoseipagine.
Ed è stato adorabile scoprire, con disappunto e meraviglia, che i miei erano solo pregiudizi infondati.

James, il protagonista, è uno di quei ragazzi che avrei tanto voluto conoscere. Anima sensibile e fragile, nascosta dietro ad un sarcasmo brillante e ad una pungente ironia.
Si racconta di lui, questo giovanissimo newyorkese, e delle disavventure appena accennate di una famiglia che Cameron ci svela piano piano, con la spontaneità di un respiro, man mano che gli altri personaggi inciampano sui giorni del protagonista. Nessun dramma, solo le sofferte – a tratti – elucubrazioni mentali di un giovane ragazzo parecchio sensibile e intelligente, taciturno e solitario, che preferisce star solo piuttosto che ritrovarsi tra persone con le quali non condivide neanche gli starnuti. E in una società che rifugge la solitudine come un male mortale, non stupisce che venga considerato disadattato e disturbato.
Lo stile di questa meraviglia di libro è ben calibrato. I periodi sono brevi, concisi, diretti. Cameron arriva dritto al punto, stimolando il lettore. La qualità e lo spessore sono di tutto rispetto, e la proprietà di linguaggio è notevole. Un romanzo equilibrato fin dal primo capitolo. Le descrizioni delle persone, degli oggetti, dei paesaggi sono tutte molto ben calibrate. Non eccedono nel dettaglio e non sono troppo generiche. Lo scrittore è come se abbozzasse un disegno, facendoti intravedere i contorni e le sfumature, ma lasciando all’immaginazione di chi legge riempire i contorni e scegliere i colori. Fa pensare ad un quadro in via di lavorazione. Quel work’n progress che ti fa avere voglia di girare pagina per scoprire come prenderà forma l’opera. E facendo nascere, comunque, anche la necessità di appoggiare sul comodino il libro per metabolizzare i pensieri dei personaggi e per aprire google alla ricerca di informazioni per gli input lanciati da chi scrive.
Anche i flashback sono disseminati tra le pagine alla perfezione, e rendono lineare il racconto grazie all’espediente della data a inizio di ogni capitolo. Una sorta di diario che ci fa entrare subito in intimità con il protagonista della storia, che ci parla con una schiettezza notevole, come fossimo custodi di un grande segreto. Lui, silenzioso e riservato, fragile e spaurito, che usa il sarcasmo come spada verso un mondo e una società che sente ostile, al giro di boa della sua crescita, che si pone verso il lettore con disarmante onestà. Anche a rischio di sembrare presuntuoso. Cameron riesce nell’impresa di creare la catarsi. E come prima prova per uno scrittore direi che ci siamo e come. Solo una parola da dire: APPLAUSI.