Venere Più X – Theodore Sturgeon

Grazie all’espediente letterario del ritrovarsi in un luogo (e forse in un tempo) completamente sconosciuto, Sturgeon riesce a confezionare un romanzo caratterizzato da uno strato superficiale stimolante e adagiato su una trama solida in cui si avverte un costante crescendo di tensione e curiosità. Ma è quello che c’è sotto, e che emerge quasi immediatamente, a rappresentare il vero cuore pulsante dell’opera: un’analisi incredibilmente attuale (il libro è stato scritto più di 50 anni fa) dell’umanità e della sua tendenza alla ricerca spasmodica della superiorità nei confronti del diverso, del più debole; e della tendenza a cercare differenze sostanziali all’interno di categorie che, a ben guardare, non differiscono eccessivamente tra loro, al solo scopo di alimentare il bisogno di prevaricare sul proprio simile.
Il costrutto su cui si basa l’intero romanzo è l’osservazione e il contatto diretto con una nuova razza di individui bisessuati, i ledom, da parte di un visitatore umano capitato nel bel mezzo di un agglomerato incredibilmente avanzato a livello tecnologico. I temi trattati hanno un altissimo valore filosofico ed etico, e spaziano dall’amore incondizionato alla religione, dalla xenofobia al sesso, passando per l’evoluzione,  la musica – nel senso più viscerale e partecipativo del termine – e i rapporti interpersonali.

Alcuni tratti sociali dei ledom, sebbene fortemente utopistici, sono così giusti ed efficienti a livello culturale da risultare immediatamente auspicabili. L’affascinante rapporto con la musica, per esempio, è uno di quelli; anche la religione adottata, fortemente caritica e votata a qualcosa di concreto, tangibile, ma che al tempo stesso, per sua stessa natura, non implica alcun vincolo di obbedienza o devozione (difficile da spiegare senza rovinarvi un terzo del libro). Anche il taglio netto col passato, e la profonda adorazione dell’avvenire, per certi versi potrebbe essere considerato un tratto lungimirante, sebbene in questo caso quello che si andrebbe a perdere forse non ne giustificherebbe l’adozione.
Il punto che riguarda la religione, in particolare, fa riflettere molto, perché si collega in maniera diretta all’evoluzione delle religioni realmente avvenuta, e mostra in maniera disarmante come al fedele e alla sua divinità sia stato interposto il senso di colpa – soprattutto quello sessuale – e il peccato al solo scopo di ottenere su di esso un qualche tipo di potere, di controllo e di superiorità. Anche il tema del sesso è molto presente, in particolare per quanto concerne le differenze – imposte da una società in costante ricerca della diversità – tra uomo e donna, con conseguente divisione netta di usi, costumi e compiti tra i due sessi.

Un altro aspetto tutt’altro che marginale è quello tecnologico. Pensare che cinquanta anni fa qualcuno abbia concepito le soluzioni e le tecnologie che vengono illustrate in questo libro, mi fa amare ancora di più il genere della fantascienza – soprattutto quella degli anni 50-60. Diversi colpi di scena inoltre inducono il lettore a cambiare spesso chiave di lettura, e in particolare il finale suggerisce in modo velato, e in senso figurato ma netto, che per certi versi qualche ledom potrebbe già essere tra noi.

Un capolavoro, per quanto mi riguarda. Un’opera di incredibile valore introspettivo, che riesce a mettere più volte il lettore davanti a uno specchio su tematiche delicate e controverse, proprio come fanno queste misteriose creature tramite uno dei loro strani congegni ultra-tecnologici.

L’accordo musicale vibrava sopra il gruppo, qualche volta si raccoglieva sopra un grappolo di piccoli corpi bruni, poi si spostava gradualmente attraverso lo stagno, fino all’altra riva, quindi si spandeva così che le note di contralto venivano da sinistra, quelle di soprano da destra. Si poteva quasi vedere l’accordo mentre si condensava, si rarefaceva, si librava, si diffondeva, balzava, cambiando le sfumature in sequenze vibranti, per poi tenere la nota-chiave, rafforzata di due voci all’unisono, mentre il sottofondo veniva modulato così da renderla dominante, una voce cadeva e poi, invece di ricadere, un’altra voce si appiattiva di mezzo tono e l’accordo, divenuto un po’ più malinconico, scivolava armoniosamente. Infine una quinta, una sesta, una nona, dolcissima dissonanza che si risolveva come accordo tonale in un’altra chiave… e tutto era così facile, così spontaneo, così dolce e così delicato.
[…] Sottovoce, ma chiaramente, cantò rapidamente tre note: do, sol, mi…
E come se quelle tre note fossero palle colorate, lanciate a ciascuno di loro, tre bambini le raccolsero… un bambino per ogni nota, così che le note fluivano in un arpeggio e poi erano tenute come accordi; poi erano ripetute, di nuovo come arpeggi e poi come accordi; e poi un bambino […] cambiò una nota, così che l’arpeggio fu do, fa, mi… e subito dopo re, fa, mi e poi all’improvviso fa, do, la… e continuò così in progressione, modulando, invertendosi; aumentò, altre modulazioni vennero aggiunte, capricciosamente, elegantemente. Alla fine, l’arpeggio si perse e la musica si adagiò in un accordo mutevole.