Chine Immaginarie #7 -The walking dead – giorni perduti (vol.1), Robert Kirkman, Tony Moore

Attenzione! Questa recensione può contenere tracce di anticipazioni e residui semi lavorati di critica…nonché qualche zombie di passaggio.

Qual’è il modo migliore per iniziare una storia zombie?
Le risposte possono essere molteplici ma il minimo comune denominatore, a mio avviso, resta la percezione dell’entità del problema che si riesce a trasmettere al lettore.
Bisogna che il lettore colga subito la portata del disastro, non tanto su larga scala – almeno non dall’incipit – ma più che altro, per quel che riguarda il quotidiano.
Si mostra prima la normalità e poi si cala subito, di colpo, nell’orrore; come un aragosta nell’acqua bollente (delizia assicurata!)

L’agente Rick Grimes si sveglia in un ospedale deserto dopo un breve coma.
Scena già vista, direte voi, ma qui non è utilizzato ad uso fotografia come nel film 28 giorni dopo di Danny Boyle, per altro formidabile. Il risveglio è preceduto da una cauta esplorazione.
La sospensione dovuta al coma si prolunga per una parziale presa di coscienza dell’insolito deserto ospedaliero.

Poi una porta e dietro si abbraccia di uno sguardo un orrore che è troppo grande da comprendere.
La porta si chiude e un singolo zombie ne varca la soglia. Il mostro ha un solo inesorabile desiderio; la carne viva di Rick.

Robert Kirkman, l’autore, fa un unico favore al nostro atterrito protagonista, l’unico badate bene nel lungo arco di esperienze che riguarderanno Rick, e fa terminare lo scontro con un ruzzolone risolutivo. “Da qui in poi te la cavi da solo amico” pare dirgli  e poi lo abbandona.

Rick Grimes è solo nel nuovo mondo e noi lo seguiamo nel suo peregrinare. Scopriamo l’abbandono, intendiamo il suo stato d’animo da ballon isolati di stupore e raccapriccio che interferiscono quasi con le vignette cariche di potenza emotiva. I disegni dal forte impatto, costruiti da Tony Moore per mostrare/narrare una storia che noi tutti (appassionati di zombie story) sappiamo a memoria e di cui non abbiamo bisogno di guida, ci permettono di addentrarci di pari passo tra ruderi di una civiltà al tramonto ed emozioni allo sbando sui volti dei personaggi.

Incontriamo i primi sopravvissuti e tastiamo il polso di una situazione che assume connotati sempre più vasti.

E poi c’è la sorpresa.
Quella che si profilava una storia classica di ricerca della famiglia dispersa, diventa una scuola di sopravvivenza in primis fisica e in seconda battuta, ma assolutamente non per importanza, emotiva.
Quello che sembrava perso è ritrovato. Rick riabbraccia la moglie e il figlio (si lo so che ho detto che l’autore ha fatto un solo favore al protagonista ma credetemi questo non è un favore, anzi) e  il collega Shane per scoprire un piccolo nucleo di sopravvissuti che riuniti intorno ad una roulotte cercano disperatamente di andare avanti in attesa di tempi migliori.

Ma nel mondo immaginato da Kirkman e disegnato da Moore l’attesa è  anticamera di guai.
Un attacco improvviso scuote i nervi già tesi all’inverosimile e  i legami traballanti ricevono lo scossone definitivo che porta alla rottura.

Non vi affezionato troppo ai personaggi; nessuno è al sicuro tra gli zombie.