Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf

I classici sono capolavori capaci di scavalcare i secoli e di appartenere ad ogni tempo e ad ogni luogo. Sulla questione femminile, ancora drammaticamente attuale,  mi piace quindi proporre per questo 8 marzo un libro che risale a quasi cento anni fa ma che si rivela modernissimo: Una stanza tutta per sé (A room of one’s own, 1929) di Virginia Woolf (Londra, 1882 – Rodmeil, 1941).

Il libro è un breve ma ricchissimo saggio, nato dalla rielaborazione di due conferenze su donna e romanzo tenute dall’autrice a Cambridge nel 1928. Attraverso l’analisi delle opere di scrittrici come Jane Austen, le sorelle Brontë e altre, ma anche di alcuni scrittori, la Woolf ripercorre una storia millenaria di deformazione dei personaggi femminili nelle opere degli autori di sesso maschile e di esclusione delle donne dal mestiere della scrittura.

Così nasce questo intensissimo libricino nel quale la Woolf si inventa un’altera (il femminile è d’obbligo!) ego di nome Mary Bent che per alcuni giorni si immerge nella lettura di versi, racconti e saggi alla ricerca delle risposte agli innumerevoli interrogativi che il tema delle conferenze propone. In questo modo Mary scopre tra curiosità e tristezza la misoginia, spesso violenta e perfino volgare, che dilaga tra gli intellettuali maschi del passato e del presente.

Davanti a questi dati di fatto innegabili e inaccettabili, la risposta della Woolf è però priva di risentimento. Talvolta la scrittrice assume un tono ironico, ma non è mai aggressiva: ritiene anzi che proprio l’ostilità abbia reso meno valide le opere di alcune scrittrici del passato e influisca negativamente anche su tante creazioni di autori di sesso maschile.

Per Virginia Woolf è giunto il tempo di accantonare i conflitti e la rabbia reciproca tra i due sessi e di riconoscere e di dare spazio, anzitutto in se stessi, alla propria componente maschile e a quella femminile. Perché in ciascuno di noi parlano entrambe le voci; una magari prevale, ma se l’altra tace del tutto si rimane incompleti e incapaci di entrare in sintonia con l’altro sesso. Di qui scaturisce, da parte di scrittori e scrittrici, cattiva letteratura. Un’opera immortale invece accoglie in sé l’una e l’altra voce (la Woolf ama svisceratamente Shakespeare, che definisce androgino).

Naturalmente tutto questo non significa abbandonare le rivendicazioni femminili, giacché fino a quando una donna non disporrà della sua piena autonomia anche economica («500 sterline» e «una stanza tutta per sé»), mancheranno le condizioni materiali fondamentali affinché possa esprimere appieno il proprio ingegno. Come è noto, d’altra parte, la Woolf fu intensamente impegnata nelle lotte femministe.

Una stanza tutta per sé è un ibrido letterario entusiasmante, ricco di suggestioni e di immagini poetiche, di inserti narrativi, di fantasticherie originali e spiazzanti (la sorella di Shakespeare!), di critiche letterarie che vanno ben al di là del tema delle donne e del romanzo: un fuoco di fila affascinante e che talora stordisce. Ma questo libro lascia anche un messaggio che oggi, in tempi di furiosi dibattiti sul “gender“, contiene la più limpida e la più razionale delle risposte: ognuno di noi ha in sé un po’ del maschio e un po’ della femmina, l’importante non è quale voce prevalga (e in quale corpo), bensì che l’altra non venga soffocata.

Se oggi, un secolo dopo, l’identità di genere è un tema ancora tanto scabroso e circondato da diffidenza e repulsione, tanto più ostile era allora il contesto e tanto più complicato e doloroso riuscire a trovare il proprio equilibrio: soprattutto per una donna anticonformista ma anche sensibile e incline alla depressione come Virginia, che non a caso terminò i suoi giorni suicida.

*****

Un’altra recensione a questo libro si può leggere -> qui.