Sono un liberale? – Saggi di John Maynard Keynes

Mi sono appena imbattuto, nel blog di un amico, in un post che segnala l'attività di Newton come alchimista. Nel postare un commento, ho di fatto scritto (involontariamente) una recensione ad un bellissimo libro, purtroppo non proprio da ombrellone (ma chissà… degustibus…). Ve la propongo, pur se disordinatissima.

Il Newton achimista è stato portato alla luce da John Maynard Keynes, il grande economista, che era anche un appassionato collezionista d'arte e di opere letterarie. Keynes comprò il baule contenente gli scritti di Newton a Gerusalemme (credo), dov'era finito attraverso strani giri. Con stupore, constatò che buona parte degli scritti trattavano di alchimia. Ne ricavò un breve saggio dal titolo "Newton, l'uomo", che spesso è riportato in italiano con il titolo sensazionalistico "Newton, l'ultimo stregone" (che non si addice affatto alla prosa asciutta e misurata di Keynes). L'autore colloca Newton nel suo tempo, lo ritrae nelle sue ossessioni, riconduce il genio alla dimesione quotidiana, trattandolo da pari a pari come solo un altro genio può fare.

Si può argomentare, e lo si è fatto, che l'alchimia e la magia in generale erano tutt'altro che ingenui tentativi di dominio sulla materia da parte di un mondo prescientifico: al contrario, figure di "maghi" come Giordano Bruno, Agrippa Von Nettesheim o Paracelso prefiguravano, nella loro ansia di trasformare la realtà e gli oggetti, la figura dello scienziato moderno, che dispiega il proprio potere attraverso la capacità di modificare eventi ed elementi. E' forse questo lo spirito più profondo del Rinascimento, presente in Pico della Mirandola e in tanti altri eruditi di quell'epoca, e trasmesso di iniziato in iniziato fino a Newton. L'alchimia, in particolare, è ormai riconosciuta come arte di trasformazione che metteva in gioco gli elementi e lo spirito dell'alchimista, chiamato ad elevarsi allo stesso modo in cui il piombo si sarebbe dovuto tramutare in oro, in una corrispondenza tra esterno e interno, macrocosmo e microcosmo, alto e basso che ha il suo corrispettivo anche in altre grandi manifestazioni della cultura dell'epoca, come il teatro di Shakespeeare. Un approccio unitario alla trasformazione che imponeva allo scienziato (l'alchimista) l'acquisizione di una saggezza e di un equilibrio interiori tanto più saldi quanto più erano arditi gli esperimenti tentati. Il venir meno di questa corrispondenza è probabilmente una perdita, per la scienza moderna.

Il saggio di Keynes si può leggere in un bel volume di Adelphi pubblicato uno o due anni fa, "Sono un liberale?", dove compare accanto ad altri scritti dell'economista, che era anche un eccellente prosatore e una delle menti più aperte e acute del novecento. Tra l'altro, il volume contiene lo stupefacente "Le conseguenze economiche della pace", in cui l'autore, che oltre ad essere un personaggio di spicco del mondo accademico era anche un importante funzionario pubblico britannico, narra da testimone diretto (era tra i delegati) i disastrosi accordi di pace che sancirono la conclusione della Grande Guerra. Keynes, indignato, abbandonò l'incarico e preconizzò una nuova guerra mondiale proprio come conseguenza di quel trattato indecente, cosa che purtroppo si verificò. E c'è, oltre al ritratto di Newton, anche quello – molto vivido – di Alfred Marshall, che potremmo definire il fondatore della scienza economica in senso moderno. Qui Keynes, figlio di un probabilista ed esperto egli stesso di calcolo delle probabilità e statistica, propone delle riflessioni di grandissimo interesse sull'uso della matematica nell'economia, tema quanto mai attuale per la comprensione dcell'ingegneria finanziaria e del suo ruolo tra le cause della crisi che stiamo vivendo (lui, che di matematica capiva molto, nell'intera Teoria Generale fa uso di una sola formula; e non perché la ritenga inutile, anzi).

Tra i tanti pregi di questa raccolta di saggi c'è anche quello di gettare uno sguardo non dogmatico sull'economia, disciplina che  da decenni inganna se stessa  e i profani ammannendo la storia falsa di un mondo le cui regole sono state ormai decodificate e dalle quali non si può derogare. Keynes, con il candore del genio, guarda all'agire economico degli esseri umani con mente aperta, contemplando un universo di possibilità potenzialmente infinito. Per questo, oggi è spesso considerato con sufficienza e sarcasmo dagli economisti mainstream, che più che a spiegare e risolvere i problemi del mondo reale sono interessati a non finire ai margini della professione con teorie non più condivise dalla maggioranza (anche perché poco funzionali al turbocapitalismo e alla deregulation).

Un libro che mi sento di consigliare anche (soprattutto?) ai profani, per la sua semplicità e la sua eleganza. E un modo, anche per chi non è interessato all'economia, di entrare in contatto con un personaggio che tanta parte ha avuto nella storia del Novecento con le sue teorie, ma anche con il suo stesso modo di stare al mondo: bisessuale e trasgressivo, imponente ed elegantissimo, colto e versatile, lo troviamo tra i personaggi che animano le notti di Cambridge nel libro di David Leavitt, "The indian clerk", tradotto da noi "Il matematico indiano" (traduzione felice o infelice? Boh!). Amico di Russell e di Wittgenstein, al centro della scena mondana, scientifica, politica e culturale di tutta la prima metà del secolo, Keynes ha avuto una vita non lunga ma di una ricchezza sterminata. E la sua prosa è in grado di incantare i lettori di tutte le epoche. Libro da leggere, assolutamente.