Sharòn e mia suocera. Se questa è vita

L’autrice, Suad Amiry, 58 anni, è un architetto palestinese, nata a Damasco da genitori esuli dalla Palestina in seguito alla costituzione dello stato di Israele nel 1948. Come molti palestinesi, ha vissuto in vari stati circostanti: Giordania, Libano, Egitto. Con il marito ha scelto però di vivere in Palestina e stabilirsi a Ramallah, nei Territori Occupati, dove insegna all’università è direttore del Riwaq Centre per il recupero dell’architettura locale. Tra il 1991 ed il 1993 ha fatto parte delle delegazioni palestinesi per la pace in Medio Oriente negli incontri svoltisi negli USA.
 
Lei stessa si definisce “un architetto di formazione, grazie agli studi compiuti, e una scrittrice per caso”.  Infatti il suo primo libro, “Sharon e mia suocera”, è una raccolta di diari tenuti durante l’assedio israeliano a Ramallah , nel 2001 e 2002. Scrive che “tenere un diario personale intendeva essere una forma di terapia”. Quando il governo Sharon decise di invadere e occupare Ramallah gli abitanti hanno vissuto un lungo coprifuoco, durante il quale Suad ha portato a vivere con sé la suocera di 91 anni, che abitava proprio vicino al quartier generale di Arafat, in una zona pericolosissima e difficile da raggiungere. Racconta di aver vissuto una doppia occupazione: quella dei militari israeliani all’esterno, e quella della suocera in casa, per cui ha iniziato a inviare mail agli amici, raccontando quel che accadeva.
 
I suoi diari sono scene di vita quotidiana, di incontri con gli amici ed i vicini avvenuti durante giorni di occupazione e coprifuoco. Descrive queste scene con ironia e vivacità, senza nulla togliere alla tragicità del presente.
 
L’autrice ha detto che uno dei messaggi più importanti che desidera trasmettere è che i palestinesi non sono tutti dei mostri, dei terroristi o dei fondamentalisti islamici come vengono spesso dipinti dai mass media; ha affermato di voler difendere sé stessa e il proprio popolo da questi stereotipi!
Io non sono una kamikaze, né lo sono mio marito o mia suocera. Scrivo di tre milioni e mezzo di palestinesi normali
Riguardo all’ironia di cui è impregnata la sua scrittura, ha dichiarato che è un modo di raccontare tipico dei palestinesi, per cercare di relativizzare la terribile situazione in cui vivono. “Una battuta, spesso, è una buona arma contro la tragedia. Credo che l’ironia sia uno strumento di sopravvivenza indispensabile se si vive sotto un’occupazione militare”. “Possiamo ridere di noi stessi, cercando di rendere comunicabile anche ad altri, grazie all’ironia, ciò che sarebbe altrimenti insopportabile. Per chi, come il popolo palestinese, vive un’occupazione da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano”.
Ed ecco come, nelle poche ore di sospensione del coprifuoco, i supermercati diventano delle bolge di acquirenti assatanati e litigiosi; come riparare un portone – distrutto dagli stessi militari israeliani – può essere estremamente complesso. Molte delle pagine di questo libro sono naturalmente anche piene di tristezza e rimpianto per la propria terra perduta, per le pressioni psicologiche subite… che, unite ai racconti ironici e divertenti, fanno trasparire una visione della realtà molto lucida e allo stesso tempo coraggiosa.
 
Suad ha raccontato che, vivendo nei territori occupati, la cosa più difficile è comportarsi come se tutto fosse normale. Anche se la quotidianità è piena di violenze, violazioni, elementi che non hanno senso, cercare di vivere una propria quotidianità, una routine è un modo per cercare di non perdere la propria umanità, i valori in cui si crede…
 
Ho trovato il libro spassoso e tragico allo stesso tempo! Ed ho adorato il modo di scrivere di questa donna, come è capace di raccontare in modo ironico fatti e sentimenti spesso dolorosi e disumani.