Sei donne che hanno cambiato il mondo – Gabriella Greison

Per non smentire il mood del 2019, mi sono tuffata in altre sei biografie di donne che hanno lasciato un’impronta profonda nella storia, anche se spesso il loro valore è stato riconosciuto solo dopo la morte. Dopo le sei artiste Disobbedienti, questa volta si tratta di sei scienziate presentate da Gabriella Greison (Milano, 1976), a sua volta fisica (e scrittrice, e attrice), nel libro del 2017 Sei donne che hanno cambiato il mondo (sottotitolo: Le grandi scienziate della fisica del XX secolo).

Nonostante le scienze, e in particolare la fisica, siano state considerate (e per certi versi siano considerate ancora oggi) appannaggio maschile più ancora che le lettere e le arti, non sono poche le donne che hanno dato il loro contributo al progresso scientifico e tecnologico, tanto che Gabriella Greison, pur dedicando i sei capitoli centrali del libro a sei scienziate in particolare, tante altre ne cita, sia nell’introduzione sia in un’appendice. Oltre quindi a Maria Curie, che si ricorda soprattutto per gli studi sulla radioattività; a Lise Meitner, che è stata definita (suo malgrado) “madre della bomba atomica”; a Emmy Noether, che ha dato il nome ad un teorema ancora oggi fondamentale per la fisica; a Rosalind Franklin, a cui si deve la foto 51, la più importante degli studi sul DNA, di cui forse Rosalind per prima scoprì la struttura a doppia elica; a Hedy Lamarr, la bellissima diva hollywoodiana che svolse importantissimi studi sulle comunicazioni a cui il nostro wireless è ancora debitore; e a Mileva Marić, troppo a lungo ricordata solo come la moglie di Einstein e che invece ha avuto un ruolo importantissimo negli studi sulla relatività; la Greison cita anche tanti altri nomi, dall’antica filosofa e scienziata alessandrina Ipazia, che forse mise in discussione il geocentrismo, alle nostre contemporanee Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier, i cui nomi sono legati ad una nuova tecnologia che consente di editare il genoma. Le biografie della Curie e delle altre cinque “prescelte” sono inoltre accompagnate da citazioni di brani musicali che secondo la Greison rispecchiano in qualche modo la vita o il carattere delle studiose: una nota originale, che aggiunge un ulteriore elemento di interesse e di piacevolezza al libro.

Le vite delle grandi scienziate sono narrate in una prosa semplice e fluida, seguendo per lo più l’ordine cronologico degli eventi. La scrittura della Greison dimostra inoltre la grande passione dell’autrice per queste donne che lei non si è limitata a studiare ma di cui ha fatto proprie le esperienze e anche le offese della Storia. La lettura risulta quindi molto gradevole e al tempo stesso molto istruttiva, anche se le sequenze più tecniche, in cui si descrivono i contenuti degli studi delle scienziate o dei loro colleghi, possono non risultare (del tutto) comprensibili al profano. La maggior parte della narrazione peraltro è occupata dal racconto delle vicende anche personali, intime, familiari delle studiose: le lotte per i diritti delle donne di Maria Curie, l’impegno per il disarmo di Lise Meitner, il tormentato divorzio di Mileva Marić da Einstein…

E il lettore scopre così (o almeno io ho scoperto) che molte istituzioni escludevano le allieve di sesso femminile (l’università dell’Impero Russo a cui voleva iscriversi Maria Curie, i licei e le università viennesi che avrebbe voluto frequentare Lise Meitner; l’università di Heidelberg dove Mileva Marić fu ammessa solo come uditrice); che l’insegnamento superiore era precluso alle docenti donne (a Gottinga Emmy Noether dovette attendere a lungo per l’abilitazione all’insegnamento che ottenne infine nel 1919, ma continuò ad insegnare senza retribuzione fino al 1923); che i premi Nobel spesso erano assegnati agli studiosi di sesso maschile senza coinvolgere le donne che avevano collaborato con loro (è il caso di Lise Meitner).

La Meitner, la Noether, la Franklin, la Lamarr e la Marić erano ebree e la Greison spiega che non è un caso che un maggior numero di scienziate avesse origini borghesi ed ebraiche perché il loro ambiente di provenienza, tra XIX e XX secolo, era spesso più aperto e propenso a far studiare le ragazze. Per queste studiose (tranne che per la Franklin, che era inglese), alle difficoltà legate al fatto di essere donne in una società ancora fortemente permeata di maschilismo, si aggiunsero le leggi razziali di Hitler che le costrinsero a cambiare Paese e in alcuni casi a rinunciare ad incarichi di insegnamento faticosamente conquistati. Un sopruso ulteriore della Storia.