Scurati vs Scarpa

Nell’ormai lontano 2009 mi aveva molto incuriosito la polemica che aveva visto contrapposti Tiziano Scarpa e Antonio Scurati, rispettivamente primo e secondo classificato al Premio Strega. Personalmente avevo gradito la querelle: credo sia bello che il mondo letterario si animi un po', e credo anche sia indispensabile che gli scrittori dimostrino di avere una forte personalità.
Detto questo, pensai che il modo migliore per farmi un'idea precisa della questione fosse quella di leggere i libri e di vedere poi quale dei due risultasse a mio parere più meritevole.
Inutile dire che entrambi mostrano indubbie qualità letterarie. In seguito ad un’attenta analisi, sono giunta alla conclusione che il vincitore, secondo il mio personale giudizio, avrebbe dovuto essere il romanzo di Scurati, ma ammetto di non essere certa della mia imparzialità, vista la stima che nutro per l’autore dopo averlo avuto come docente all’università.
Vi propongo qui di seguito le due recensioni.

 Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati.
Il bambino che sognava la fine del mondo è un libro fortemente calato nella società attuale, della quale ripercorre i vizi, le storture, le contraddizioni.
In primo piano vi è la rivisitazione in chiave romanzesca del "caso di Rignano Flaminio": cambia l'ambientazione, cambiano alcuni particolari, ma moltissimi elementi si rifanno a questo scottante fatto di cronaca. Il tema della pedofilia è spinoso e trattarlo in maniera adeguata non è facile, ma Scurati lo affronta da una prospettiva singolare, per nulla banale, e questo rende la trama del suo libro molto avvincente. I fatti si propongono al lettore grazie alla narrazione in prima persona del protagonista, che in essi viene a trovarsi in parte coinvolto. La psiche di questo professore universitario appare sempre più turbata con l'evolversi del caso, tanto che rispuntano le sue paure infantili, ancestrali, che nel testo si mescolano con la realtà. Anzi, a dire il vero, il romanzo di Scurati sembra voler negare l'esistenza di una realtà definitiva: questa è ormai andata in frantumi,, filtrata e manipolata dai mass media, stravolta da una società paranoica, costruita dalla finzione e, quindi, paradossalmente irreale. Tant'è vero che alla fine del libro le accuse di pedofilia che vedevano coinvolte tre maestre di un asilo di Bergamo e un prete del Seminario vescovile si dimostrano totalmente infondate: la principale accusatrice, Marisa Comi, ammette di essersi inventata tutto, facendo crollare come un castello di carte tutte le certezze, trasformando quelli che si ritenevano dati di fatto in strampalate supposizioni. Allo stesso modo, il protagonista, dopo aver rivisitato la sua infanzia ed essersi quasi convinto di aver subito abusi, si rende conto di essersi lasciato suggestionare. Dove sta quindi la verità? Sepolta, travisata, individuabile solo a brandelli. La frammentazione della realtà si rispecchia nella frammentazione del racconto, dove le pagine che descrivono i sonni agitati di un bambino sonnambulo – un bimbo che sogna la fine del mondo – si alternano all'evolversi della trama.
Il Male, quello che la collettività vuole individuare in un fatto, in un posto, in una persona precisa, sembra essere, secondo quanto ci dice Scurati, molto più nascosto e infido di quanto crediamo: non si può identificare con certezza, non può esserci un capro espiatorio; esso è ormai diffuso nella società e – cosa ancor più terribile – dentro ognuno di noi.

Stabat Mater di Tiziano Scarpa
Definirei il romanzo Stabat Mater come una sorta di allegoria del “cammino verso la libertà” che ognuno di noi, nella vita, si trova a dover affrontare.
Cecilia, sedicenne ospitata presso il brefotrofio dell’Ospedale della Pietà di Venezia, nelle prime pagine ci appare invischiata in un buio senza fine, che le impedisce di vivere nel senso pieno del termine. Non ancora rassegnatasi all’abbandono della madre, la ragazza passa le sue notti quasi insonne, rannicchiata in un angolo buio dell’orfanotrofio, e scrive alla donna che l’ha messa al mondo lettere che l’aiutano a mantenere un illusorio contatto con lei e a non sentirsi completamente sola. Pressoché incapace di comunicare con le sue compagne, Cecilia è infatti isolata, esclusa in un mondo di esclusi, ed ha come unica interlocutrice un’immaginaria testa di medusa, assillante fantasma della sua morte; ma c’è qualcosa che le permette di rimanere attaccata alla vita: la musica. Talentuosa suonatrice di violino, la ragazza non riesce a esprimersi pienamente attraverso le note stanche scritte dal vecchio compositore che fa da maestro a lei e alle sue compagne, ma le cose cambiano con l’arrivo all’Ospedale del suo sostituto: Antonio Vivaldi. Vivaldi compone una musica fresca, piena di linfa vitale, che dal violino di Cecilia si propaga dentro di lei e le permette di compiere una scelta azzardata e definitiva, ricca di implicazioni per il suo futuro; ella rinuncia a rimanere presso l’orfanotrofio e a fare carriera sotto l’ala del nuovo maestro per fuggire via, lontana dall’atmosfera cupa che regna nell’Ospedale, pronta ad esplorare il mondo e venire a contatto, finalmente, con la vita vera.