Rumore Bianco – Don DeLillo

Si potrebbe definire scoraggiante un romanzo in cui, per le prime cento pagine, succede davvero poco. In apparenza, succede davvero poco, ma non nella testa di un lettore attento e paziente, che dopo tutte quelle pagine è come se avesse vissuto insieme a quella famiglia e la conoscesse perfettamente.  Dialoghi, pensieri del protagonista, osservazioni bizzarre sul modo di vedere la realtà tracciano con precisione il contesto dentro il quale l’autore si muove.

Il pretesto da cui nasce la storia è questo: la famiglia di un professore universitario specializzato in studi hitleriani, Jack Gladney, è costretta ad evacuare la propria città a causa di una nube tossica che la ricopre.  A partire da quest’evento, DeLillo riflette su cosa spinga le persone a vivere: inerzia? Paura di morire? E cosa succederebbe se, per guarire la paura di morire, qualcuno distribuisse un farmaco miracoloso – con effetti collaterali capaci di renderti un vegetale?
Qualunque sia l’argomento di conversazione di cui i personaggi parlano, la prospettiva è sempre volta a capovolgere i luoghi comuni, oppure ad ostentarli, sviscerarli per metterne in evidenza l’assurdità. Il rapporto tra Jack e la sua attuale moglie, Babette, si nutre di queste conversazioni surreali con cui cercano, all’inizio, di sostenersi a vicenda e provare a cancellare la consapevolezza che vivono senza un vero scopo ultimo, circondati dal rumore bianco delle loro esistenze; poi il dialogo si rarefa poco alla volta, finchè Jack non scopre il segreto che la moglie gli nasconde.

Il rumore bianco, quella pigrizia di vivere che aleggia come la nube tossica su quella città, si insinua anche nella testa di un professore universitario, istruzione superiore alla media: lo spirito del tempo non si cura di chi porta via con sé.