Robopocalypse – Daniel H. Wilson

Sono cresciuta seguendo le serie animate giapponesi dei “robottoni”, che per me erano un’autentica passione. E questo ha fatto sì che mi interessassi molto presto alla letteratura fantascientifica: tra i primi libri che ho scelto autonomamente da ragazzina c’erano non a caso quelli di Clarke e di Asimov. Ancora oggi, in effetti, la fantascienza mi attrae, che si tratti di film o di libri. Perciò, quando mi sono trovata per l’ennesima volta a “pescare” nei cestoni del megastore vicino casa dove sono ammassati i libri rimasti invenduti e ritenuti invendibili (per motivazioni per me non sempre comprensibili), la scelta è caduta su Robopocalypse (2011) di Daniel Howard Wilson (Tulsa, 1978).

In un futuro non lontano, le macchine si rivoltano contro gli uomini, dando inizio ad una guerra destinata a durare anni e a decimare il genere umano. Gli esseri umani riusciranno infine a vincere la guerra e a tramandarne il ricordo.

Fin dalle prime pagine apprendiamo l’esito finale del conflitto, che sarà poi narrato attraverso una serie di lunghi flashback affidati alla memoria degli uomini, delle donne e delle macchine che vi hanno partecipato. Nessun colpo di scena eclatante, dunque: anche la sorte della gran parte dei personaggi è anticipata nei primi capitoli, da quella di Cormac Wallace e di suo fratello Jack, tra i più valorosi combattenti nella guerra contro i robot, a quella di Takeo Nomura, l’operaio specializzato che è perdutamente innamorato della sua bambola meccanica Mikiko e riesce a rendere inoffensive numerose macchine.

La scrittura è lineare e chiara, anche nella dettagliatissima descrizione dei diversi congegni elettronici (lo scrittore è un informatico con un dottorato in robotica, conosce quindi approfonditamente le tecnologie che pone al centro delle sue narrazioni); la traduzione è impeccabile. Tuttavia nessun particolare merito letterario si può attribuire a questo libro: più che un romanzo, sembra di leggere la sceneggiatura di un film ricco di effetti speciali, ma non particolarmente originale (pare peraltro che proprio nel 2020 uscirà un film tratto da questo romanzo diretto da Michael Bay, a cui Spielberg ha ceduto il progetto).

L’autore descrive, attraverso le tante voci dei suoi personaggi, l’apocalisse provocata dai robot ribelli che non intendono più servire gli uomini e addirittura evolvono da sé,  si sofferma sulle morti atroci provocate da alcuni di questi congegni robotici, ma è al tempo stesso animato da una profonda fiducia nel genere umano, capace di riscattarsi dall’egoismo cieco e di riconquistare eroicamente il proprio spazio sul pianeta.

Una “morale” in effetti adatta ad un film spettacolare ma destinato a sfiorare solo in superficie un tema, come quello del rapporto tra l’uomo e la macchina, sempre più attuale nella nostra era di tecnologie avanzatissime che interagiscono in maniera sempre più stretta con noi. L’ottimismo di Wilson non deve farci trascurare le tante sfaccettature della questione: siamo creatori di macchine, le controlliamo; ma al tempo stesso ne dipendiamo ogni giorno di più, tanto da sembrarci spesso impossibile vivere e lavorare senza – un’ambiguità che rischia di costarci un prezzo troppo caro.