Requiem del dodo – Arianna Gasbarro

Mattia ama il cinema, e pensa di continuo a nuovi possibili soggetti per riuscire a sfondare. Al momento, però, deve accontentarsi di lavorare a Londra a un documentario sulla preistoria. Sul set del Natural History Museum incontra per caso Mia, sua vecchia compagna di scuola, che per arrotondare indossa un costume da dodo, uccello simbolo dell’estinzione di una specie. Mia fa anche la tomba-sitter, e frequentando assiduamente i cimiteri londinesi elabora l’“ultimo credo possibile”, che tra humour grottesco e flussi energetici tombali tratteggia l’inappellabile destino di tutti gli esseri viventi, compresi coloro che amiamo: diventare cibo per vermi. Che sia questo, il soggetto destinato al successo?

Sembra un libro leggerotto, questo. Poco più di cento pagine, l’idea di una ragazza che si traveste da dodo e fa la tomba sitter per arrotondare, in una Londra frenetica e ingrigita dal clima impenitente.

E invece qui dentro ci sono un sacco di belle e profonde riflessioni sulla vita, sull’esistere, sulla materia in mutazione. Sul tabù eterno, l’elaborazione dei lutti, i meccanismi difensivi della nostra mente e l’etica alla base delle scelte alimentari.

Avevo un’opinione non molto positiva della Miraggi Editore. E grazie a questa giovane autrice, devo dirlo, guadagna punti anche la casa editrice.

Altra cosa che mi è molto piaciuta, del libro in questione, è un rimando accennato a requiem-del-dodoPalahniuk e al suo stile. Pur senza eccedere.
Non ci rivedo l’arroganza del “so scrivere come lui”. Non ci vedo emulazioni. Ci vedo solo una lieve e soffusa celebrazione di uno degli scrittori preferiti della Gasbarro. E io, da fedelissima seguace del “Palahniukismo”, non posso non apprezzare il tocco.
Eppure non c’è quella terminologia forte da “pugno sullo stomaco” che contraddistingue come impronta digitale il nostro Chuck. Lo stile è netto, determinato, ma soffuso. Morbido e delicato.
E visto il tema toccato, direi che ci sta molto bene.

E brava Arianna.