Racconti da ridere – Marco Rossari (a cura di)

Chi, come me, ha la gioia e l’onere di insegnare letteratura, sa che è necessario procedere per definizioni, classificazioni, periodizzazioni: gli studenti infatti hanno bisogno di griglie in cui inserire opere e autori per tenerli in ordine. Personalmente però non mi stanco mai di ripetere che queste categorizzazioni sono largamente convenzionali e che il fenomeno letterario è immensamente più complesso, articolato, ricco di sfumature; ancora di più se prendiamo in considerazione la letteratura degli ultimi centocinquant’anni: da quando è diventata, nel bene e nel male, un fenomeno di massa, ha conosciuto infatti una diversificazione al suo interno in quanto a generi, sottogeneri, stili, come mai prima.

Esiste dunque una letteratura “umoristica”? Secondo il traduttore e scrittore Marco Rossari (Milano, 1973), sì e no. Meglio sarebbe dire che la vena umoristica può attraversare romanzi e racconti anche molto diversi e distanti tra loro ed esprimersi in forme anche molto differenti a seconda dell’epoca, del luogo e dell’ispirazione dell’autore. Di certo non deve essere sottovalutata, come una forma “inferiore” di espressione. Così nasce la raccolta Racconti da ridere (2017), un’antologia di racconti “umoristici”, scelti, introdotti e commentati brevemente ma efficacemente dallo stesso Rossari.

La scelta, del tutto soggettiva – come precisa Rossari -, è caduta su autori italiani e stranieri, alcuni già classici (Twain, Gogol’…) altri più recenti, taluni ancora viventi, più o meno conosciuti. La raccolta contiene anche un inedito di Margaret Atwood, l’autrice del Racconto dell’ancella. Rossari ha collocato le narrazioni non secondo l’ordine cronologico, bensì secondo la forma di umorismo che li caratterizza.

Il libro è una bella occasione per (ri)leggere Papà va in TV di Stefano Benni, che nel 1994 anticipava la spettacolarizzazione e la banalizzazione del dolore che impera oggi nei mezzi di comunicazione; per vedere capovolti i ruoli delle star e della gente comune nel racconto Dove i rifiuti incontrano il mare di Irvine Welsh oppure quelli di poeti e sceneggiatori in Passaggi di carriera di Martin Amis; per (ri)trovare l’assessore di collegio Kovalev alle prese con la perdita del suo naso nel celebre Il naso di Gogol’.

Per lo più non si ride, si sorride. E spesso amaramente. Come ci ha insegnato Pirandello, l’umorismo è in realtà una cosa seria: è uno sguardo pietoso rivolto alle miserie umane. Ammesso che sia veramente possibile definire l’umorismo: nell’introduzione alla raccolta Rossari ci ricorda che Steinberg ha detto che «Cercare di definire l’umorismo è una delle definizioni di umorismo».

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Un’altra recensione a questo libro si può leggere -> qui.