Quella sera dorata – Peter Cameron

È terribile quando non riesci a fare qualcosa di tuo, non un figlio, non un quadro, e invece un altro crea qualcosa con ciò che ti appartiene…

È strano scrivere la recensione di un libro che presenta un titolo del tutto diverso da quello originale. L'emblematico e significatico The city of your final destination offre una chiave di lettura ben diversa da Quella sera dorata. Il titolo di un libro è come la porta principale di una casa con molte stanze. E scoprire che un romanzo che si è letto è nato, in realtà, con un titolo diverso, è come scoprire di essere entrati in questa casa da un ingresso secondario, che l'architetto non aveva pensato come tale, ma che pure serve allo scopo. Come entrare dalla porta finestra sulla veranda, lasciando chiuso il portone.

Omar Razaghi è un giovane senza una patria, senza una casa, senza una vita che possa essere davvero definita sua. Conduce un'esistenza che si è adattata alle circostanze, che ha inseguito innumerevoli desideri ed innumerevoli ordini. Non si sa di chi, non si sa perché.
Trascinato da queste circostanze, Omar si trova ospite di una villa in rovina, costruita dal defunto scrittore Jules Gund, di cui vuole scrivere una biografia. In questa villa Jules Gund non abita più: vi abitano tre persone, o forse tre fantasmi, che ne rinnovano il ricordo, ognuno a modo suo. Il fratello Adam – che forse è anche il personaggio più riuscito del romanzo, e anche del film di Ivory, dove è interpretato da Anthony Hopkins: ma è facile che i comprimari vengano bene, non hanno tutte le responsabilità dei protagonisti, dopo tutto – la moglie Caroline, e l'amante di Gund, Arden.
Omar si reca da loro per ottenere l'autorizzazione a scrivere la biografia dello scrittore. E nel cuore dell'Uruguay, dove si trova la villa decrepita di Gund. Ma non è Gund il protagonista di questa vicenda. Egli ne è solo il primo motore immobile, e assente. Scrittore anche dopo la morte, ha lasciato in vita dietro di sé la storia della sua famiglia, del ménage da lui stesso creato. Che ha acquisito vita propria, autonoma rispetto all'autore, esattamente come un romanzo.

Ci sono molte cose, nel romanzo di Cameron. A volerne scrivere, si potrebbero occupare pagine e pagine. E in definitiva, è questo che fa un buon libro. La storia si inserisce in una cornice allo stesso tempo assurda e paradigmatica. Una raffigurazione metaforica di tutte quelle prigioni che la vita ci riserva, e nelle quali noi ci troviamo senza nemmeno accorgercene, senza sapere se è davvero quello che desideriamo. E in effetti, questo è il contenuto di un romanzo il cui titolo, appropriatamente, dovrebbe essere The city of your final destination. Non Quella sera dorata (che si rifà ad un verso di Elizabeth Bishop, tratto dalla poesia Santarém, citato in apertura della seconda parte del romanzo). Questo titolo, scelto per la versione italiana, ricorda più le esotiche atmosfere sudamericane, così ben rese anche nell'omonimo film di James Ivory. Ma è un Sud America diverso da quello che si può trovare nei libri della Allende, o di Marquez. Non è un Sud America magico. È un Sud America come un uomo "del nord del mondo" potrebbe vederlo; un luogo bello, affascinante, ma anche inquietante: una sorta di paradiso che è anche una prigione, un'isola di jungla dispersa nel mondo in cui uno vorrebbe rifugiarsi, ma da cui potrebbe anche desiderare di scappare.

Il romanzo di Peter Cameron è un romanzo di tinte tenui. Di dialoghi apparentemente senza significato. Di sfumature. Di apparenti oziosità. Difficilmente un film poteva trasmettere le stesse leggere sensazioni, e infatti Ivory, a mio parere, non vi è riuscito. E se – come me – avete visto il film prima di leggere il romanzo, e vi ha lasciato interdetti, vi consiglio di leggere il libro per riempire quei vuoti che il film ha lasciato.