Piccoli colpi di fortuna – Claudia Piñeiro

Chi, come me, ha conosciuto la scrittrice argentina Claudia Piñeiro (Buenos Aires, 1960) attraverso romanzi come Le vedove del giovedì e La crepa, può non riconoscerla immediatamente leggendo il successivo romanzo Piccoli colpi di fortuna (Una suerte pequeña, 2015).

Mary Lohan in realtà non si chiama così, né i suoi capelli sono rossi e i suoi occhi castani. Questi sono il nuovo aspetto e la nuova identità che la donna si è data quando, dopo un evento tragico ed una decisione terribile, ha lasciato l’Argentina e si è trasferita negli States. Ma, complici dei piccoli colpi di fortuna (e forse un deus ex-machina), Mary torna in patria ad affrontare i suoi fantasmi, i suoi rimorsi e i suoi rimpianti.

Sebbene in questo romanzo, a differenza degli altri due, le storie personali dei personaggi prevalgano sulle questioni sociali e politiche che invece sono in primo piano nelle Vedove del giovedì e occupano ampio spazio anche nella Crepa, a ben leggere, la mano di Claudia Piñeiro si riconosce. Anche qui il passato incombe sul presente e viene ricostruito, e offerto al lettore, attraverso la forma del flashback e anche qui la scrittrice sa tenere ben desta la curiosità mentre la vicenda progressivamente si chiarisce (anche attraverso l’uso di qualche espediente forse un po’ macchinoso: in questo caso le pagine ricorrenti dedicate alla scena del passaggio al livello).

Al tempo stesso, indubbiamente, si tratta di un romanzo diverso dagli altri due. Mentre temi come la sfrenata ambizione o la decadenza del sistema dell’istruzione restano sullo sfondo appena accennati, la vicenda narrata è una storia intima e dolorosissima che coinvolge una donna ed è una rappresentazione perfino spietata di quanto sia difficile e per nulla scontato, nel mondo odierno, essere madre. Perché la maternità, per una donna moderna, non è più un passaggio obbligato della vita, ma una scelta; e in quanto tale pone infinite domande su cosa sia giusto o sbagliato fare mentre le risposte, in realtà, non le possiede nessuno. E perché una donna ferita da una madre che non è stata sufficientemente presente può sentirsi particolarmente a disagio, perfino inadeguata, nel ruolo di madre.

L’autrice riesce a penetrare nei meandri più profondi dell’animo, a descrivere in parole (quelle della protagonista, perché, come dice Mary nelle primissime pagine, lo strazio si può davvero raccontare solo in prima persona) le paure, le angosce, i rimorsi più indicibili. E se forse la trama non è, in sé e per sé, particolarmente originale, sicuramente è declinata in maniera non banale, obbligando in particolare la lettrice a domandarsi se qualcosa dei personaggi, del loro dolore, dei loro errori, non appartenga anche a lei.

Mary è una donna “danneggiata”, ma non “spezzata”: perciò la sua vita non è irrimediabilmente segnata, un cambiamento è possibile. Ma il cambiamento esige la forza d’animo di affrontare il passato e se stessa, invece di continuare a fuggire. Il che è molto più doloroso. Ma può anche regalare una felicità mai conosciuta.