Piano meccanico – Kurt Vonnegut

In occasione del Giorno della Memoria mi piace proporre la recensione ad un romanzo di Kurt Vonnegut. Lo scrittore ha combattuto nella seconda guerra mondiale contro i Tedeschi e spesso allude agli orrori del Nazismo nelle sue opere. Tuttavia ha mostrato anche il possibile risvolto oscuro del liberatore americano. Perché la libertà è minacciata anche nelle nostre democrazie, e noi non dobbiamo abbassare la guardia mai.

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Una lettrice vorace di romanzi distopici, quale sono, non poteva restare indifferente alla recensione comparsa nella nostra libreria a Piano meccanico (Player piano, 1952), opera d’esordio dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 – New York, 2007). È cominciata così una vera e propria caccia al libro, dal momento che non è facile reperirlo; finché ho rintracciato in rete una copia usata, inserita in un volume che contiene anche Ghiaccio nove e Mattatoio n. 5, romanzi più celebri dello stesso autore. Pochi giorni dopo il libro, in buono stato ma ingiallito dal tempo e col tipico odore dolciastro di carta vecchia, è finalmente arrivato nelle mie mani.

Paul Proteus è un giovane ingegnere americano che vive e lavora a Ilium, Stato di New York. Dopo una guerra e delle sommosse di cui non vengono raccontati tempi e motivazioni, è stata fondata una nuova società larghissimamente meccanizzata e divisa in due blocchi che ad Ilium sono anche geograficamente distinti: a nord del fiume Iroquois l’élite benestante e privilegiata formata da ingegneri e funzionari dal quoziente intellettivo elevato, a sud il resto della popolazione dal quoziente intellettivo inferiore. Poiché molti mestieri sono ormai svolti dalle macchine, la gran parte della popolazione è inattiva; ma l’economia prospera e consente comunque un tenore di vita dignitoso anche a chi non svolge alcun lavoro. Mentre uno scià orientale, potenziale acquirente delle tecnologie americane, viene condotto in visita attraverso il Paese, Paul è costretto a fare i conti con una realtà che gli provoca un disagio crescente e comincia a mettere in discussione le proprie scelte di vita; intanto un movimento clandestino sta anche organizzando una rivoluzione.

Il romanzo comincia piuttosto lento, per poi acquistare ritmo (e interesse, aggiungerei) nel prosieguo. In questo modo il lettore entra progressivamente nel clima di un’epoca e di una nazione apparentemente pacifiche e felici, ma che celano inquietudini e venti di rivolta. A poco a poco, anche attraverso l’uso dell’ironia e del sarcasmo, si svela al lettore un mondo asfissiante, che opprime i sentimenti, l’arte e il senso critico, dove tutto è predefinito e programmato e le voci dissonanti isolate, perseguitate e, se ritenuto necessario, soppresse.

Paul, cresciuto all’ombra di un padre pioniere della nuova America, comincia ad acquistare consapevolezza del fatto che le macchine, sostituendo il lavoro umano, hanno reso la vita comoda ma anche vuota di senso; sempre più urgente diventa quindi per lui ripensare al sistema nel complesso e individuare attività da restituire all’uomo insieme alla sua dignità. Intorno al protagonista, efficacemente delineato nelle sue debolezze, nei suoi ondeggiamenti, nella lenta presa di coscienza, si muovono numerosi altri personaggi, tutti ugualmente ben caratterizzati: dalla moglie di Paul Anita, ambiziosa e opportunista; all’amico Ed Finnerty, anticonformista irrequieto alla ricerca di un suo posto nel mondo; al predicatore Lasher, disincantato rivoluzionario desideroso di lasciare un segno nella storia…

La visione di Vonnegut è pessimistica: le masse sono dominate da un’irrazionalità brutale e distruttiva, che è il corrispettivo speculare della razionalità organizzatrice del sistema; nei capi della rivoluzione prevalgono l’impotenza e la rassegnazione. La storia non può avere un lieto fine.

Benché non sia inquietante come le opere di Orwell o di Bradbury e benché abbia tutto il sapore di un romanzo scritto più di sessant’anni fa, quando l’attuale progresso tecnologico era assolutamente inimmaginabile, Piano meccanico propone interrogativi angosciosi ancora decisamente attuali. Oggi nessuno può negare che le nuove tecnologie (mediche, ingegneristiche, informatiche…) offrano opportunità di vita migliori; ma la macchina deve restare uno strumento, mentre bisogna salvaguardare ciò che è autenticamente umano, che nessuna macchina può sostituire ma che non per questo deve essere considerato superfluo: emozioni, talenti artistici, spirito critico. Quanto al lavoro, oggi esso viene percepito (da chi ce l’ha) come un obbligo opprimente che permette di sostentarsi più o meno dignitosamente ma che sottrae tempo ed energie agli affetti e alle passioni personali senza essere neppure, nella maggior parte dei casi, gratificante: e invece il lavoro dovrebbe essere un diritto riconosciuto a tutti senza diventare una gabbia asfissiante, e  attraverso di esso ciascuno dovrebbe sentirsi partecipe e artefice del «progresso materiale e spirituale della società» (come enuncia la nostra Costituzione all’articolo 4). Si dovrebbero lasciare alle macchine, come più o meno confusamente percepisce Paul nel romanzo, solo i compiti più sgradevoli e degradanti, e comunque sempre sotto la supervisione e il controllo di una mente umana.

Ignorare questi temi, relegandoli a fantascienza, rischia di consegnare i nostri destini a tecnocrati privi di sentimenti e originalità che distruggeranno la nostra identità e la nostra libertà mentre ci illuderanno di averci resi pienamente soddisfatti e consapevolmente liberi.