Perle ai porci – Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut (Indianapolis, 1922 – New York, 2007) è un autore che mi incuriosisce e che trovo stimolante, anche se la sua scrittura non sempre mi entusiasma. Dio la benedica, Mr. Rosewater, o Perle ai porci (God bless you, Mr. Rosewater, or Pearls before swine, 1965), è sicuramente una delle sue opere migliori.

Eliot Rosewater, figlio del  senatore Lister Ames Rosewater, appartiene ad un’antica e potente famiglia di imprenditori e banchieri dell’Indiana. Come vuole la tradizione familiare, ha ereditato la gestione della Fondazione Rosewater, che lui amministra in maniera certamente stravagante ma anche sinceramente attenta ai bisogni della povera gente. Il giovane avvocato Norman Mushari, attratto dall’ingente patrimonio, cerca di far interdire Eliot e di far trasferire la direzione dell’ente benefico ad un altro ramo della famiglia, i Rosewater del Rhode Island, che lui conta di manipolare. Ma Eliot troverà una soluzione degna di lui.

Eliot è sicuramente un personaggio bizzarro (come dimostra, ad esempio, la sua ossessione per i vigili del fuoco) e la sua propensione per l’alcool e la scarsa cura dell’igiene personale non lo fanno apparire particolarmente gradevole e credibile. Eppure è la persona più autentica e onesta del mondo: estraneo all’opportunismo cinico del padre e degli agguerriti avvocati che curano gli interessi propri e del cliente con molta spregiudicatezza; ma estraneo anche all’inevitabile abbrutimento dei disperati a cui presta soccorso morale e materiale.

La stravaganza del protagonista (che ha cominciato a manifestarsi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a cui ha preso parte) per i potenti e gli arrivisti è follia mentre per i miseri è santità; di certo consente  ad Eliot di demolire, senza neppure volerlo, il mito del successo e del guadagno e di svelare le magagne di un’umanità corrotta e corruttibile. Infine la sua pazzia si rivela lo sguardo più acuto, più profondo e più saggio sulla vita e sull’uomo, in cui l’amore e la solidarietà dovrebbero contare più di qualunque altra cosa. Ma Eliot non può (non sa, non vuole) cambiare il mondo: l’aiuto che lui offre non cambia la realtà profonda del sistema che, come in altri romanzi di Vonnegut, appare irredimibile.

In questo romanzo, come in altri, Vonnegut mostra come la tragedia della guerra segni inevitabilmente e profondamente gli uomini (pensiamo a Mattatoio n. 5) e quanto sia disumana una società che persegue esclusivamente il benessere materiale e che al tempo stesso esclude tanti uomini e tante donne dai mezzi di sussistenza essenziali privandoli della dignità ed esponendoli al rischio di santificare i benefattori (reali o presunti – si pensi a Ghiaccio-nove). L’autore utilizza inoltre anche qui il suo consueto stile ironico e amaro, a tratti perfino satirico; e questa volta, rispetto ad altri romanzi, la narrazione risulta decisamente più piacevole perché meno lenta.