Perdutamente – Flavio Pagano

«Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo» Giacomo Leopardi.

Questa è la storia di una famiglia alle prese con una malattia che giorno dopo giorno, in maniera inesorabile e irreversibile, ti mangia i ricordi, morso dopo morso fino a cancellare del tutto l’identità del malato imprigionato in una gabbia temporale che ha un orologio tutto suo, mai in sincrono con quello del resto del mondo.

Sebbene il decorso dell’ Alzheimer sia drammatico, in questo romanzo l’autore è riuscito a raccontarcelo in maniera sì realista ma venata di quell’ ironia che rende il popolo napoletano riconoscibile e per questo unico in tutto il mondo.
Il narratore è il figlio dell’anziana signora colpita dal morbo con la quale vive nell’immensa casa padronale in pieno centro a Napoli, insieme alla sua seconda moglie (trasferitasi dal nord!) e i suoi due figli: l’adolescente GianCiro – insieme alla sua fidanza spagnola – e il quattrenne monello Piernunzio. Si aggiungono al quadro il fratello del narratore Rinaldo (scapolo, solitario e in perenne stato di catalessi), l’immancabile rappresentante porta a porta, l’ex domestico indiano della famiglia e il parroco di quartiere.

In alcuni momenti ho pensato che alcune “trovate” del libro (una su tutte la finta indexapparizione di San Gennaro) fossero un po’ esagerate, sul filo del grottesco.
Poi, solo alla fine del romanzo, quando solitamente prendo informazioni sull’autore e sulla genesi del libro, ho scoperto che si tratta di una storia completamente autobiografica.
E allora, tutto ha preso un senso diverso, il grottesco è diventato l’ultimo insolito gesto di rivalsa contro una vita che ti si ritorce contro e verso la quale puoi solo arrenderti nella maniera più dolce (e forse ironica?) possibile.