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Se una notte d’inverno un viaggiatore – Italo Calvino

Complice un progetto scolastico che sto curando e che riguarda libri e biblioteche (e cos’altro?), sono tornata ad un autore che con me raramente ha avuto fortuna, ovvero Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 1923 – Siena, 1985), e  ad un romanzo già letto quindici anni fa e non particolarmente apprezzato, il celebre Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979). Come spesso mi è capitato con questo scrittore, ho chiuso il libro stordita dalle invenzioni rocambolesche e dagli intrecci arzigogolati suoi tipici e certamente geniali, ma senza entusiasmo.

La trama è nota. Un Lettore si trova tra le mani, uno dopo l’altro, dieci romanzi, ma per vari motivi non riesce mai ad andare oltre il breve incipit di ciascuno: errori di impaginazione, furti e altri accidenti gli impediscono ogni volta di portare a termine la lettura. A condividere la ricerca dei libri perduti, ma anche a conoscenza di alcuni segreti che il Lettore inizialmente ignora, è la sfuggente Lettrice Ludmilla, la coprotagonista.

Nel libro si alternano capitoli numerati in successione da uno a undici in numeri romani e i dieci incipit. Un brevissimo capitolo XII fa da epilogo. Si segue dunque uno schema da Mille e una notte (e la raccolta orientale è citata espressamente nel capitolo XI, dove viene inserito un undicesimo incipit sospeso – peraltro lo stesso capitolo ci fa notare che i titoli dei dieci romanzi formano anch’essi, letti di seguito, un ennesimo incipit): all’interno di una cornice che racconta la storia del Lettore e della Lettrice, si collocano le dieci narrazioni interrotte. In ciascuna di esse un io narrante racconta la vicenda, rivolgendosi al lettore col «tu»; la cornice è invece narrata da un narratore esterno, che ugualmente si rivolge al Lettore (e  talora alla Lettrice) con il «tu»; nel capitolo VIII si inserisce però un ulteriore io narrante nella forma del diario: uno scrittore chiamato Silas Flannery dietro il quale ammicca scopertamente l’autore.

I dieci romanzi interrotti (che peraltro possono anche apparire come dei racconti in sé conclusi, sebbene l’autore abbia rigettato questa interpretazione nella risposta alla recensione di Angelo Guglielmi) appartengono a generi diversi e Calvino ha messo in campo tutto il suo talento e la sua passione di narratore per modificare ambientazioni, personaggi e linguaggi. In una conferenza a Buenos Aires nel 1984, citando in parte lo stesso Guglielmi, Calvino definisce le diverse tipologie dei romanzi interrotti: uno è cinico-brutale, uno erotico-perverso, uno tellurico-primordiale… L’ultimo, quello apocalittico-allegorico, è senza dubbio il più riuscito (e a me ha ricordato il miglior Buzzati).

Ma naturalmente il romanzo non si risolve negli incipit (che complessivamente sono piuttosto convenzionali) né nella cornice (in cui i tratti convenzionali sono esasperati e parodiati al punto da diventare, talora, surreali). Calvino si diverte, seguendo la sua formazione strutturalista, a scomporre le narrazioni e a rivelarne i meccanismi che di norma restano nascosti, impedendo quindi (come per esempio anche nel Castello dei destini incrociati) qualunque identificazione o immedesimazione nelle vicende narrate. E ironizza sul lettore medio (il Lettore), che resta invece legato ad intrecci non particolarmente originali pensando di trovare in essi tutte le risposte.

Ma se il funzionamento del congegno narrativo può essere svelato, altrettanto non può dirsi del senso della vita, del mondo, della storia. Dopo il Castello, dopo le belle (queste sì!) Cosmicomiche, Calvino ha rappresentato anche questa volta, in una forma ancora diversa ma decisamente artefatta e pure compiaciuta, uno dei drammi più laceranti dell’uomo novecentesco: l’impossibilità di comprendere una realtà che resta sfuggente e insensata, come un libro spaginato o un incipit che resta sospeso.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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