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Non dire notte – Amos Oz

Continuando il mio viaggio nella letteratura israeliana, sono stata attirata da un titolo suggestivo, Non dire notte (Al taghidi layla, 1994) di Amos Oz (Gerusalemme, 1939). Dello stesso scrittore ho amato il recente Giuda, ma anche questo romanzo di vent’anni prima, estremamente diverso ma accomunato all’altro dalla vena intimista e malinconica, è un’opera apprezzabile.

Theo e Noa si sono conosciuti in Sudamerica e insieme sono tornati a vivere in Israele, a Tel Kedar, un piccolo centro al confine del deserto del Negev. Lui è di quindici anni più anziano ed è un urbanista in pensione; lei insegna letteratura. Quando il giovane Immanuel, studente introverso e amante della letteratura, muore in circostanze non molto chiare (ma di mezzo c’è sicuramente la droga), il padre del ragazzo chiede proprio a Noa di occuparsi dell’organizzazione di un centro di recupero per tossicodipendenti. Il progetto incontra però l’opposizione degli abitanti della cittadina, che temono per la tranquillità e la sicurezza dell’insediamento.

L’autore alterna capitoli in cui lascia parlare la protagonista femminile ad altri in cui prende la parola il protagonista maschile e, molto più raramente, a capitoli in terza persona. Leggiamo quindi la storia da due (a volte tre) punti di vista differenti. Noa è una donna di 45 anni, irrequieta, alla ricerca di un progetto importante che le permetta di dimostrare le sue capacità, di cui lei pensa che il marito dubiti ma in cui probabilmente è lei stessa a non avere fiducia; soprattutto dopo la morte di Immanuel, nei confronti del quale si sente in colpa. Theo ha 60 anni e una vita intensa alle spalle; è un uomo dal carattere pacato e riflessivo che sembra avere rinunciato, deluso e disilluso, agli entusiasmi e ai proponimenti giovanili, ma finisce con l’appoggiare la moglie, nonostante le personali perplessità sul progetto del centro di recupero.9788807017155_quarta

Intorno ai due protagonisti si muovono altri personaggi, dal bizzarro Muki Peleg, intrallazzatore di professione e donnaiolo impenitente, al malinconico Avraham Orvieto, padre di Immanuel, a tanti altri. Questi appaiono però figure piuttosto stereotipate, rispetto alla complessità interiore di Noa e Theo.

Su tutto comunque prevale il deserto. Non solo il deserto geografico, con il suo clima opprimente e le sue tempeste di sabbia, ai cui confini si svolge la vicenda; ma anche e soprattutto quello delle anime che si agitano per raggiungere i loro obiettivi ma si ritrovano a constatarne il fallimento. L’unica consolazione sono i legami umani: anch’essi però rischiano di perdersi nel silenzio e nell’incomprensione.

Una storia simile a quella di Noa e del giovane Immanuel si legge nel Sorriso dell’agnello di David Grossman, che risale al 1983 e rappresenta ugualmente una donna che lavora con i giovani e che si porta dentro dei giganteschi sensi di colpa che non riesce a condividere col proprio compagno. Il disagio giovanile doveva essere un problema particolarmente diffuso e drammaticamente percepito alla fine del secolo scorso in Israele e con esso evidentemente si scontrava il profondo senso di impotenza che attraversa la cultura non solo israeliana ma ebraica più in generale.

Un simile sentimento non può che essere legato alle vicende di un popolo che da millenni fa i conti con lo sradicamento, con l’emarginazione e con la persecuzione, e con la ricerca di sé e del proprio posto nel mondo e nella storia.

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Recensione di
D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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