Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Christiane F.

Ho letto questo libro per la prima volta alle scuole medie, senza capirlo appieno, ma ricordo con chiarezza il grande senso di angoscia che mi aveva lasciato. Tra le pareti della mia camera, confortevole e protetta, mi sembrava fantascienza pura immaginare una mia coetanea che vagava per le strade allo sbando, senza una casa né una famiglia, imbottita di droga, costretta a prostituirsi e disperata. Sapevo certamente dell’esistenza della droga e dei suoi effetti, ma mi sembrava una cosa da “grandi” e, oltre che sbagliata, lontanissima da me.

L’ho poi riletto da adulta, dopo i vent’anni, e per la prima volta ho compreso il significato profondo di dolore che questo libro grida con il nero dell’inchiostro sulle pagine bianche. Noi nati negli anni Ottanta abbiamo fatto in tempo a vedere persone drogate di eroina agli angoli delle strade e nelle stazioni, a leggere sui quotidiani di ragazzi trovati morti la mattina sulle panchine dei parchi e sentire voci su figli di amici di conoscenti che “avevano preso una brutta strada”. Poi, di colpo, tutto sembrava essere sparito: dai giornali, dalle strade e dalle parole della gente.

Non è sparito, è solo diventato più subdolo e per certi versi ancora più pericoloso. Per questo è bene rileggere e far leggere questo libro, ancora estremamente attuale.

Durante la lettura sembra quasi che il cielo di Berlino, pesante e grigio piombo, ti schiacci. La vita di Christiane è un’intera nota stonata sin dall’inizio: i pochi momenti di felicità bambina, che pure ci sono, si perdono nella marea di solitudine, abbandono, violenza, indifferenza, nulla. A disagio a casa, a disagio a scuola, a disagio con gli amici: Christiane è sempre fuori posto, fatica molto a trovare una sua dimensione, una sicurezza. A un certo punto crede di averla trovata in Detlef, un coetaneo sensibile e gentile: ma con lui arriva anche la droga, sempre di più, e con questa le prime fughe da casa, i furti, la prostituzione. Poi i centri di riabilitazione, gli ospedali, i tribunali, i primi amici che perdono la vita – in una giostra tragica che non conosce un attimo di respiro.

L’autrice racconta senza remore e senza pudori tutto il degrado fisico e psicologico in cui ti trascina l’eroina: l’epatite, i collassi, l’egoismo sempre più sfrenato, la paura, il sentirsi come un animale braccato, la disperazione – infine l’indifferenza nei confronti di tutto. L’amore con Detlef, che era stato puro e sincero, ne esci in frantumi, pieno di fango e di recriminazioni. Una vita distrutta, senza possibilità di redenzione.

Christiane, a soli sedici anni, decide di farla finita con un ultimo buco letale. Non muore e – grazie anche alla prima decisa presa di posizione della madre, che la allontana da Berlino – comincia una lenta risalita. Il finale, però, non è del tutto lieto: come in un colpo di coda velenosa di scorpione, lascia addosso una sensazione di quiete che è solo temporanea, un equlibrio fragilissimo che si potrebbe rompere con un niente, pieno di crepe. Ed è proprio in queste crepe che la droga si insinua, illudendoci con un incantesimo da quattro soldi, che luccica solo sulla superficie.