Noi credevamo – Anna Banti

Un puro caso mi ha fatto incontrare questo libro su una bancarella, un anno fa abbondante. Non conoscevo l’autrice, ma mi piacque l’incipit, lo presi e poi lo lasciai su uno scaffale. Manco a farlo apposta, dopo qualche mese è iniziato il can can di lancio del film di Martone sul Risorgimento. Tratto, sia pur liberamente, da questo libro, anche se il regista e la produzione si sono ben guardati dal citare l’autrice, sia pure di striscio. Ho sfogliato anche la sceneggiatura del film, che fa bella mostra di sé in libreria, ma di Anna Banti nessuna traccia.
Questo sciacallaggio dell’opera di un’autrice scomparsa – immagino – senza lasciare eredi a tutelare il suo nome, mi ha irritato e spinto a) a non guardare il film e b) a leggere il libro.
Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lo Presti, è una grande scrittrice, della generazione della Morante a cui, secondo me, non ha proprio niente da invidiare. Il perché una sia celebrata e l’altra dimenticata è un mistero italiano. La Banti, fra l’altro, fu una protagonista della vita culturale italiana per decenni e direttrice di una nota rivista letteraria, fondata da lei stessa e dal marito Roberto Longhi. Lui sì, ricordato ancora oggi come grande critico letterario.
Il protagonista del libro è un antenato della stessa Banti, forse il nonno, un vecchio cospiratore che all’idea di patria e, soprattutto, di democrazia, ha letteralmente fatto olocausto della propria vita. Comprimario, ma in prima linea in tutti i moti rivoluzionari dell’ottocento, corriere di dispacci per la sua società segreta, nobile decaduto e uomo di ruvidezza estrema, aspro oltre ogni limite e sgradevole nell’esercizio autolesionistico che fa su se stesso di uno scetticismo connaturato e di un carattere ipercritico che non ammette sconti alle proprie responsabilità, vere o presunte, don Domenico Lo Presti scrive dalla fine della sua vita, da tutti creduto svanito e invece finalmente lucido. Ripercorre i suoi anni a blocchi, senza un ordine cronologico rigido; il carcere, soprattutto, spogliato di ogni luce romantica e restituito in tutta l’animalità di chi lo abita: colti cospiratori o criminali comuni, contadini rozzi, aristocratici in disgrazia, tutti lì dentro sono niente più che esseri umani, preda di bisogni e incoerenze, pronti a far valere privilegi di appartenenza a contraddire la loro stessa fede, che pian piano sfuma nella brutalità quotidiana come un miraggio lontano, il sogno di qualcun altro.
Don Domenico vuole capire perché. Perché ha vissuto quella vita aspra e solitaria, e nel tramonto suo e dei suoi ideali frustrati vuole capire quali sono le sue colpe nel fallimento, e nella desertificazione della sua vita.
Il viaggio spietato nei suoi ricordi appare vaneggiamento agli occhi di chi lo vede spegnersi senza sapere che è di propria volontà che si sta lasciando andare. Verga sulla carta simboli incomprensibili, e sono la sua storia.
Alla fine lo troverà un perché, ma forse non è quello che avrebbe voluto scoprire. E le colpe, se sono tali, le assume comunque tutte su di sé, nell’imminenza di una fine da troppo tempo desiderata e spesso corteggiata.
E’ tutto al singolare questo romanzo, non ha coralità, il popolo non è portatore di virtù ma massa informe alle prese con necessità primigenie. Don Domenico per tutta la vita ha provato a parlare al popolo che voleva liberare, senza mai riuscire a nominare libertà e diritti senza essere deriso, o peggio, guardato con minaccioso sospetto: tu vuoi il potere per opprimerci a tua volta, non sei dei nostri. E del resto non furono i contadini ad opporsi al liberatore Garibaldi in Aspromonte? E quindi, sembra chiedersi Don Domenico, come abbiamo potuto pensare di portare libertà a chi non sa che farsene?
In questo il libro è amaramente moderno: allora il buon popolo faticava chino sull’aratro e aveva bisogno del padrone come figura paterna dispensatrice di gesti magnanimi; oggi se ne sta allocchito davanti alla televisione e ancora ha bisogno di un padrone che dispensi posti e prebende, perché giammai sarà capace di immaginare che certe cose spettano per diritto, e altre vanno conquistate per merito, ma mai accettate da chi le spaccia per regalìa. Una incoscienza cosmica del proprio essere sembra essere la dannazione di questa massa dolente e, alla fine, anche di Don Domenico, irruento portatore di doni non richiesti. Eppure alla radice c’era un sentire genuino, un impeto generoso che alla fine riaffiora, un sentimento indomito volto verso il Giusto e il meglio. E l’esito è solo rovina.
Forse sta qui la soluzione dell’enigma della scomparsa della memoria della Banti: autrice forse già troppo moderna, attenta in tante opere alla problematica dell’emancipazione femminile, il suo Risorgimento dovette apparire davvero indigesto alla cultura marxista dominante negli anni sessanta, quando il libro uscì, tanto più che per molti il Risorgimento prefigurava già l’epica della Resistenza. I libri di testo narravano a generazioni di italiani per la prima volta liberi il mito fondatore di un popolo di cui Manzoni aveva cantato le prime gesta (“Dagli atri muscosi, dai fori cadenti…”), l’azione corale, quasi di classe; la Banti riportava la storia sui suoi binari di intrighi politici, di sfruttamento, di adesioni dell’ultimo momento alla causa unitaria, di accomodamento alla soluzione monarchica in spregio al sogno repubblicano e democratico di Don Domenico e dei mazziniani.
E oggi? Perché un editore perde l’occasione di un film per rilanciare le vendite e la stessa immagine di una scrittrice che meriterebbe un posto nel pantheon letterario italiano? Mi sia consentita una nota personale, ma da vecchio markettaro con qualche esperienza nel settore dei libri una cosa del genere non l’avevo sentita mai. E allora non è tanto complottista il pensiero maligno che si fa luce scoprendo che i diritti li ha Mondadori, e sapendo che di quella casa editrice è proprietario un signore che ha consegnato le sue fortune politiche a un movimento che si adombra anche per la semplice istituzione di una festività nazionale una tantum. E ancora una volta l’ignoranza regna sovrana e sfida il ridicolo, mettendo silenziosamente all’indice un libro di gran pregio che un censore appena più furbo avrebbe potuto semmai strumentalizzare ai suoi fini, tanto è crudo il ridimensionamento che offre del Risorgimento italiano. Ma certo, per fare questo i libri bisognerebbe almeno leggerli.