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Nessuno sa di noi – Simona Sparaco

Questo è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere. Non solo perché è onesto, sincero, commovente e splendidamente scritto – ma anche perché toglie il velo di silenzio e di non detto che è stato steso su quello che è a tutti gli effetti un mondo sommerso: l’aborto terapeutico.

Luce, la protagonista, ha trentacinque anni e dopo ben cinque anni di tentativi lei e il suo compagno, Pietro, scoprono con stupore di aspettare finalmente un bambino. Tutti gli esami di routine svolti nel corso dei mesi, compresa la tanto discussa amniocentesi, confermano che è tutto a posto – e la coppia si prepara, tra entusiasmo e paura, ad accogliere la nuova vita che gli si presenta davanti, con prepotenza. Fino a un giorno qualsiasi, poco prima di Natale, dove un’ecografia di routine evidenzia qualcosa di diverso: il piccolo Lorenzo presenta un preoccupante ritardo nella crescita ossea, non visibile fino a quel momento, che potrebbe farne un bambino affetto da nanismo – nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore una creatura destinata a morire tra atroci sofferenze poco dopo la nascita o nei primi anni di vita. Forse, però. Non uso a caso il condizionale, poiché nessuno dei medici e luminari che Luce e Pietro incontrano in quei giorni confusi vuole pronunciarsi in modo definitivo. Questo, lungi dall’essere un bagliore di speranza, aggiunge ulteriore strazio a una scelta complicatissima, anche dal punto di vista legale. Già, perché Luce è ormai al settimo mese di gravidanza e la legge italiana prevede l’aborto, anche quando terapeutico, solo entro il sesto mese – altrimenti si tratta di infanticidio, e la madre che lo sceglie può essere perseguita a norma di legge. Non è così però in Gran Bretagna, dove per legge il feto non è ritenuto individuo fino al momento del concepimento, e dove l’aborto terapeutico non viene praticato attraverso parto indotto ma tramite iniezione intrauterina: ed è proprio lì che Luce e Pietro si recano, scossi e spaventati, per capire cosa devono fare. Il luminare inglese conferma la diagnosi, e consiglia alla coppia che se dovessero decidere per l’interruzione di gravidanza sarebbe da compiersi quel giorno stesso: manca poco a Natale, e ogni giorno in più renderebbe soltanto più drammatico e difficile il distacco.

Nessuno sa di noi non è, curiosamente, un libro sulla difficoltà della scelta: questa viene presa tutto sommato rapidamente, seppur con grande tormento, nella confusione di giorni velocissimi che scivolano via in un lampo. Si tratta di un libro che racconta quello che c’è dopo la scelta, il dolore e lo stupore di rendersi conto – toccandolo con mano, non solo per intuizione o per sentito dire – di quanto davvero ogni scelta, dalla più piccola alla più grande, si porti con sé delle conseguenze impossibili da ignorare. Al di là delle meschine questioni di opinione e di morale, l’aborto terapeutico è oggettivamente un passo molto difficile per la donna che lo sceglie: primo perché si opera questa scelta a gravidanza già avanzata, quando ci si è già abituate all’idea di diventare madri, si sono espressi sogni e speranze, c’è la cameretta pronta, tutti lo sanno, i genitori si stanno preparando con trepidazione a diventare nonni, magari si è già scelto anche il nome. Secondo perché prevede un vero e proprio parto a tutti gli effetti, con tutto il carico emotivo e fisico che comporta. Terzo, perché nessuno riesce a scrollarsi di dosso quella sensazione scura e cupa di stare giocando a fare Dio, arrogandosi il diritto di scegliere quali sono le caratteristiche necessarie per venire al mondo dignitosamente, per essere felici, per provare a vivere. L’opinione pubblica, che equipara le donne che fanno questa scelta agli alti gradi dei gerarchi nazisti, di certo non aiuta. Infine è dura perché sentiamo di non poterne parlare con nessuno: un po’ perché non ci capirebbero appieno, un po’ perché è uno degli ultimi tabù rimasti e genera infondata vergogna, la stessa che ti fa dire a tutti lo abbiamo perso e basta, in risposta alle loro domande.

Questo libro non parla di morale, non vuole dare una risposta, neanche un punto di vista. Racconta, molto semplicemente, una storia. Luce e Pietro non spendono neanche una parola per giustificare se stessi ma, allo stesso tempo, non cercano neanche comprensione o pietà. Nessuno discute se l’aborto terapeutico sia in assoluto giusto o sbagliato, un atto di misericordia estremo oppure il peggior modo per liberarsi la coscienza. Racconta la lenta ripresa di Luce, la difficoltà del venire a patti con una scelta che è stata sul serio difficile e importante, la lotta quotidiana con i sensi di colpa, la rabbia del perché proprio a me?, i rimorsi, la paura del futuro, di cercare una nuova gravidanza – quasi non ci si meritasse più di essere felici, “dopo quello che hai fatto“. Sullo sfondo, il resto del mondo: dal sostegno improvviso che arriva dalle persone da cui lo aspetteresti di meno, alle mamme di tre bambini biondi belli e intelligenti ma soprattutto sani che professano “io non potrei mai fare una cosa del genere, certo nelle situazioni bisogna trovarcisi, ma non lo farei mai”, a un amore di coppia che deve ritrovare la propria strada, fino a una lenta ma continua rinascita, alla luce – il nome della protagonista non è scelto a caso – che piano piano ritorna nei giorni. Forse, l’unico barlume di insegnamento che questa storia vuole dare è ricordarci che il più delle volte siamo noi a essere i nostri peggiori carnefici e che non c’è proprio nessuno che ha il diritto di perdonarci, se non noi stessi.

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MaddalenaErre
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