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Nel paese delle ultime cose – Paul Auster

Libro da leggere. La mancanza di capitoli lo rende fagocitabile soprattutto se accompagnati da umore tranquillo. I meteoropatici, in questa stagione, potrebbero necessitare di qualche pausa per assimilarlo. Non so se merito di Paul Auster (l’autore) o di Monica Sperandini (la traduttrice), il libro contiene espressioni ed aggettivi ormai aggrappati con le unghie alla lingua italiana di consumo. Il che mi fa sperare che non tutto è perduto.

Ma poi, a poco a poco, le parole divengono solo suoni, una collezione a casaccio di gutturali e fricative, una tempesta di roteantifonemi, e finalmente il tutto va a finire in discorsi inarticolati.

Scenario distopico; ricerca, sopravvivenza, la ricerca della sopravvivenza; diffidenza, fiducia, la necessità di fidarsi; dittature che si alternano; inseguire un affetto, trovarne un altro, trovare conforto in un affetto qualsiasi; l’affanno della paura; poco senso alla morte, poco alla vita, lo sciacallaggio funebre; degrado socio-culturale; l’addio alla cultura, il decadimento linguistico, le parole dal senso perduto; L’aiutarsi come unica cura; accumulare, perdere, contare le ultime cose.

In alcuni tratti la contemporaneità di questo romanzo scritto nel 1987 è impressionante. Poi leggi passaggi come – Era la prima volta che entravo nella biblioteca Nazionale. Era un edificio splendido, con ritratti di nel-paese-delle-ultime-cose-185x300governanti e generali appesi ai muri, colonnati all’italiana e un bellissimo marmo a intarsio…tuttavia, come per ogni altra cosa, aveva conosciuto tempi migliori – o come – Continuai a vedere gente che circolava alla rinfusa, perlopiù uomini, ma nessuno mi prestava attenzione- o ancora – …il governo successivo aveva istituito una politica di tolleranza, sistemando gli studiosi in numerosi edifici pubblici della città…tuttavia, quando due anni dopo giunse al potere il nuovo governo, questa politica venne sospesa. Gli studiosi non vennero sfrattati …ma non fu più data loro alcuna sovvenzione statale. – e questa attualità diventa evidente.

Noi come tante piccole Anna Blume (la protagonista) partiamo, a volte, in cerca di qualcosa o qualcuno. Disposti a tutto e difendendo fino alla fine la nostra scelta anche quando ci rendiamo conto che non c’è molto da difendere. Lei, Anna, ad un certo punto decide di raccontare tutto quello che le era successo. Scrive una lettera sperando che un giorno arrivi a destinazione o che almeno venga letta da qualcuno…o che, forse, è meglio che nessuno legga.

I libri servono ad allietare, divertire, far riflettere ed, a volte, predicono.

Chissà se tra trent’anni vedremo questo libro come ora vediamo l’ansia commercializzata della profezia Maya o come l’altrettanto apocalittico 1984 di George Orwell.

Ma questo fu molto tempo fa, quando ancora non si immaginava neppure che le cose sarebbero degenerate fino a questo punto.

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10-12

Cantastorie dalla nascita. Dapprima per evitare la scuola poi per passione e lavoro. Narro attraverso diverse arti, utilizzando diversi arti sono a capo della salvaguardia del significato delle parole e del senso del parlare stesso...le stesse (parole) devono avere un senso, un significato. Che siano scritte o pronuciate.

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