Mio padre la rivoluzione – Davide Orecchio

La Storia, sebbene trascorsa, non per questo è consegnata definitamente al passato. La comprensione del presente e la costruzione del futuro non possono mai prescindere dalla conoscenza e dalla riflessione su ciò che è stato. E in effetti questo vale anche per le piccole storie di ciascuno di noi. Storico per formazione, giornalista e scrittore oggi, Davide Orecchio (Roma, 1969) ha dedicato molti anni allo studio del secolo scorso, e in particolare degli eventi che hanno coinvolto la Russia/URSS; e sicuramente uno stimolo importante deve essergli venuto dall’esperienza del padre, prima fascista, poi resistente e infine comunista. Da queste e da tante altre suggestioni è nato un libro originalissimo (e non facile), finalista del Premio Napoli 2018, intitolato Mio padre la rivoluzione (2017).

Si tratta di dodici “pezzi”, talvolta introdotti da citazioni che evidentemente hanno ispirato l’autore e spesso seguiti da una Nota esplicativa: ciascuna prosa riprende eventi e personaggi legati alla rivoluzione russa, ma anche al fascismo, fino ad arrivare alla dissoluzione dell’URSS e al nuovo millennio. Le vicende e le vite dei personaggi sono però ripercorse giocando (ma è un gioco assolutamente serio, come tutti i veri giochi) a mescolare il vero e il fantastico. Attraversiamo così la storia di un secolo su una sorta di binario parallelo, su cui scorre ciò che è stato ma anche ciò che sarebbe potuto essere.

La prima delle prose (definirle “racconti” riesce un po’ difficile, perché tendono a sfuggire alle classificazioni tradizionali), ad esempio, presenta il rivoluzionario Trockij ancora vivo nel 1956 (in realtà è stato assinato nel 1940) a meditare sul XX Congresso del Partito Comunista sovietico e poi sulle repressioni sovietiche in Polonia e Ungheria. In un’altra prosa si immagina una lettera scritta alle cittadine e ai cittadini sovietici di un immaginario “sprawl” tra Mosca e Berlino dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg a trent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (in realtà lei è morta nel 1919). Oppure ancora leggiamo una vita alternativa di Bob Dylan, stroncato da giovane nelle sue ambizioni musicali e che in età ormai matura viene ispirato a comporre dalla lettura delle opere di Trockij.

Ma c’è anche una prosa dedicata al padre dello scrittore, a sua volta autore di un réportage dalla Sicilia (terra d’origine della famiglia) all’indomani dello sbarco degli alleati nel luglio del 1943. E il pezzo di chiusura (il più bello di tutti) è un viaggio appassionante e stordente tra Europa e Messico (in Messico tra l’altro è ambientata la prosa di apertura: il cerchio si chiude), tra passato e presente, tra memorie personali e collettive: si intitola appunta Il viaggio, come il libro dello scrittore messicano Sergio Pitol da cui Orecchio è stato ispirato e guidato, e ci suggerisce la chiave di lettura dell’intero libro.

La rivoluzione russa ha fallito, i sogni e gli ideali che l’avevano animata sono stati traditi: il comunismo si è concretizzato in una sequela di orrori che non possono che essere condannati. Ma i sogni, gli ideali, l’esigenza di un sistema più equo e più solidale, quelli restano validi. Finché prevarranno l’egoistica cura del “particulare“, finché anche ad un solo uomo sarà negata la possibilità seppure solo di immaginare una vita migliore, gli orrori sono destinati a ripetersi.

Su questi temi, soprattutto in questo nostro tempo cupo di fascismi risorgenti, non si riflette mai abbastanza ed ogni nuova occasione è la benvenuta. Mio padre la rivoluzione è una meditazione e una critica molto dura al tempo che è stato, ma anche all’epoca attuale e a quella che ne potrà scaturire. A meno che una capsula del tempo, dopo aver viaggiato dal presente al passato, non prenda la via del futuro portando con sé un messaggio che è memoria tragica ma è anche luminosa speranza.

Tuttavia il messaggio dovrà essere scritto in una forma diversa rispetto a questo libro. L’unica critica, ma dal mio punto di vista doverosa, che bisogna infatti muovere a Mio padre la rivoluzione riguarda uno stile di scrittura ed un linguaggio estremamente complessi, che inevitabilmente riducono il numero dei potenziali lettori. C’è qualcosa di suggestivo nelle immagini (prevalentemente botaniche, ma non esclusivamente) che l’autore associa ad esempio agli anni in cui sono avvenuti i fatti che narra; o nelle ripetizioni di formule che sembrano riportarci alla forma della fiaba o dell’epica (generi peraltro “popolari” per eccellenza, almeno alle loro origini remote); tuttavia il fatto innegabile è che questo è un libro per pochi lettori, colti, smaliziati e comunque disposti a sforzarsi di interpretare metafore e analogie o a rimettersi a studiare, se necessario, per comprendere alcuni passaggi o anche solo a tenere il dizionario accanto quasi ad ogni pagina.