Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento – Ben Mezrich

Voglio scrivere di questo libro perché, onestamente, è l’unico che abbia davvero lasciato un segno tra quelli che mi sono capitati sotto gli occhiali da lettura ultimamente.
L’ho letto nella versione originale in inglese, poiché era l’unica disponibile sul Kindle, divorato in una semi-nottata insonne. Bello, emozionante, pieno di ispirazione.

Ma andiamo con ordine: nel 2009 Ben Mezrich, un popolare autore statunitense, decide di scrivere un libro che racconti dall’inizio la storia di Facebook, l’unico vero social network che abbia veramente cambiato il modo di comunicare (Twitter, fattene una ragione) dell’epoca contemporanea. Il romanzo ottiene un successo planetario, tanto che appena un anno dopo la pubblicazione ne viene tratto un film, The Social Network – che vi stra consiglio. Io ho visto recentemente il film e, memore del consiglio del mio professore di Teorie e Tecniche del Cinema di ormai anni e anni fa, soltanto dopo ho voluto leggere il libro. Meritano entrambi, meglio davvero se in quest’ordine.

Mark Zuckerberg, un giovanissimo studente di Harvard e genio del computer del tutto privo di empatia e capacità relazionali, si ritrova da un giorno all’altro – senza averlo cercato, senza averlo veramente voluto – a essere l’inventore di un qualcosa che davvero è riuscito a segnare una svolta definitiva nel campo della comunicazione contemporanea. Al di là di tutti i fiumi di parole che sono esondati riguardo a Facebook e ai social network, ai pericoli e alle dipendenze che comportano, è innegabile che siano portatori di un fascino a cui è davvero difficile resistere. Sentirsi protagonisti, poter sbirciare legittimamente nella vita di persone che conosciamo o che ci incuriosiscono – o anche che non possiamo sopportare – condividere pensieri e opinioni in tempo reale con persone che si trovano dall’altra parte del globo: sono tutte azioni che vanno a pescare nel pozzo senza fondo dei sentimenti e dei desideri atavici e inespressi dell’essere umano. Guardare e farsi guardare, conoscere, invidiare o essere oggetto di invidia, passare il tempo – non sono malattie dei giorni nostri, ci sono sempre state. Non oso immaginare cosa sarebbe stata, per esempio, la Francia del Diciassettesimo secolo se avessero avuto Facebook. Noi saremmo dei dilettanti, al confronto.

Ovviamente, la consapevolezza di avere in qualche strano modo cambiato il mondo è un peso difficile da reggere, a diciannove anni. Ne conseguono liti, tradimenti, consigli a mal partito, amicizie infrante e un mare di dubbi – non avrebbe potuto essere altrimenti. Facebook è affascinante anche perché la storia che ha alle spalle è una lotta da intervallo tra ragazzini, un insieme di emozioni prese di petto e piccole meschinità dei vent’anni, con personaggi che risultano goffi e inadatti quando si combatte a suon di milioni di dollari e allo stesso tempo ci si arrabbia a morte perché il tuo amico ci ha provato con la ragazza che piace anche a te. Due quarantenni yuppies, che fondano un sito dopo attente analisi di mercato e che poi lottano a suon di avvocati dietro tavoli da riunione non avrebbero fatto lo stesso effetto, decisamente no.

Ma cosa c’è davvero di così ammaliante, in Facebook e nel racconto della sua fondazione? Proprio oggi leggevo su una rivista un articolo che spiegava come il cervello umano non raggiunga la piena maturità prima dei 21-22 anni di età. Questo, continuava il luminare di turno, spiega in parte perché alle volte adolescenti e giovani adulti sembrino agire al di fuori di ogni logica: non hanno ancora la piena consapevolezza delle conseguenze di ciò che fanno. Ed ecco la risposta: è quel filo di follia e avventatezza che trasforma un esperimento da ragazzini in un’invenzione epocale e assolutamente affascinante. Mark sapeva, mentre scaricava decine e decine di foto di compagne di università dopo aver hackerato le misure di sicurezza, che sarebbe andato incontro a qualche problema? Probabilmente sì, lo intuiva, ma non ci ha dato troppo peso. Zuckerberg ed Eduardo Saverin, il co-fondatore di Facebook, si sono trovati a dover fronteggiare cause legali da milioni di dollari e capi d’accusa che avrebbero fatto tremare le ginocchia ai più smaliziati capitani d’industria, in un Paese come gli Stati Uniti – che in questi casi non ti manda esattamente a casa con una bacchettata sulle mani e basta. Eppure, lo hanno fatto lo stesso. Incoscienza, brivido, freddo calcolo? Non è dato saperlo, ma è senza dubbio il rischio che c’è dietro ad aver reso questa storia meritevole di essere raccontata. L’essere avventati e un po’ folli tipico della prima giovinezza, quella cosa che ti può causare molti problemi ma anche – in alcuni casi – portare a creare cose grandissime. Quella cosa che io, ormai alla soglia dei trent’anni, lotto ogni giorno per non perdere – ma si fa sempre più labile, scivola tra le dita. La sicurezza e la razionalità di una casa calda e una coperta sulle spalle sono gratificanti, ma è solo là fuori al freddo – col naso gelato – che riesci ancora a scorgere le stelle.