Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout

Elizabeth Strout è entrata nella mia libreria due anni fa, insieme ad Olive Kitteridge. Prima di entrare nella mia libreria, l’autrice è passata attraverso quelle di mia nonna, mia madre e tre zie su tre: unica conoscenza di famiglia ad aver riscosso l’approvazione unanime. Leggendo il secondo romanzo, ho capito perché.

Lucy Barton trascorre la maggior parte del suo libro in un letto d’ospedale, tra le luci del Chrysler Building oltre la finestra e le parole di sua madre che vigila da una sedia vicina. Si riallacciano così i fili che legano madre e figlia, a dispetto degli errori, dei silenzi e di tutte le cose che fanno troppo male o troppa paura per essere dette.

Dopotutto, Lucy ce l’ha fatta: si è lasciata alle spalle un’infanzia difficile per trasferirsi in città, sposarsi, scrivere. È stata spietata, come richiedono la conquista della scrittura e, soprattutto, quella della libertà dalle proprie origini. Allo stesso tempo, nessuno dei suoi passi verso la donna che è ora prescinde dalle radici piantate in famiglia. Come le dirà la più anziana altera ego da cui apprende i segreti del mestiere, ciascuno di noi ha una storia e una soltanto, che racconterà ogni volta in modo diverso.

Lucy dà forma alla sua vita raccontandola in mille modi e, forse, la differenza fra lei e i suoi fratelli meno fortunati è tutta qui, nei modi in cui sanno raccontarsi. Se questo è vero, allora la storia di Lucy Barton è la stessa di Olive Kitteridge, che è anche la storia di Elizabeth Strout: una storia d’amore, in fondo, della difficoltà di essere madri, figlie, donne e di amarsi nonostante la propria storia.

Del resto, il successo dell’autrice, nella mia cerchia familiare e nel mondo, risponde brillantemente a Lev Tolstoj: non ci sono famiglie felici e famiglie infelici, solo famiglie che si amano.