Manuale di pittura e calligrafia – José Saramago

Almeno una volta all’anno devo tornare ai miei autori prediletti, quelli che considero miei ispiratori, artisti della penna e pensatori di altissimo spessore. E così ho scelto un altro libro di José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010), lo scrittore portoghese premio Nobel per la letteratura nel 1998, critico severo e appassionato del nostro tempo e delle sue derive: Manuale di pittura e di calligrafia (Manual de pintura e caligrafia). Il romanzo risale al 1977 ed è ambientato tra il ’73 e il ’74: naturalmente rispecchia quell’epoca ma, come sempre accade con i grandissimi autori, è capace di scavalcare il tempo risultando anche assolutamente attuale.

H. (i nomi dei personaggi più rilevanti vengono scritti sempre puntati) racconta in prima persona un periodo cruciale della sua vita, quando, alle soglie dei cinquant’anni, ha messo in discussione tutte le sue scelte ed è diventato una persona diversa. Pittore mediocre e scontento, ritrattista dell’alta borghesia della Lisbona fascista degli anni ’60 e ’70, H. scopre l’arte della scrittura che a sua volta lo riporta alla pittura, ma in maniera assolutamente nuova. Nel frattempo la sua vita si intreccia con quella della seducente M. e con la caduta del fascismo.

Osteggiato e boicottato dal regime di Salazar, Saramago decise di dedicarsi completamente alla scrittura solo dopo la fine del fascismo, superati i cinquant’anni. Così vide la luce Manuale di pittura e di calligrafia, il suo primo romanzo dopo decenni, dopo il ripudiato Terra del peccato e l’ignorato Lucernario.  In effetti, però, definire il Manuale un romanzo rischia di essere un errore, o almeno una semplificazione. La storia c’è, e si lascia seguire con interesse sia nei suoi passaggi più lenti sia nell’accelerazione finale. Ma il Manuale è tanto altro: è un libro di memorie e di viaggi, è una riflessione sull’arte della pittura e su quella della scrittura, è una meditazione politica ed esistenziale – tutto questo accompagnato anche da notazioni ironiche, tipiche dello stile di Saramago. Il libro non è sempre facile da leggere ma vale decisamente la pena, nonostante qualche barocchismo (un tratto anch’esso tipico dello scrittore): sebbene infatti lo stile non sia ancora quello del Saramago più maturo e più noto, con la sua suggestiva mistione di realismo e surrealismo e con la sua punteggiatura essenziale, siamo certamente davanti al preludio dei capolavori.

Saramago ha definito questo libro il suo romanzo «forse […] più autobiografico», e proprio al tema della autobiografia sono dedicate alcune riflessioni interessanti e provocatorie: tutto è autobiografia, scrive H., e più un testo (o un dipinto) sono elaborati, più rivelano segreti dell’autore, naturalmente a chi sappia andare oltre le righe. Saramago mette dunque in discussione il canone della “spontaneità” e offre una lettura nuova e, come suo solito, divergente.

Le memorie d’infanzia di H. in effetti attingono a piene mani ai ricordi dell’autore (ricorrono infatti anche in altri libri, in cui Saramago rievoca in prima persona). Ad esse si aggiungono le interessantissime pagine che H.-Saramago dedica alle città italiane visitate e amate e ai loro monumenti e alle loro opere d’arte: ne emerge un piccolo saggio artistico-architettonico ma anche socio-culturale del nostro Paese. In questo modo lo scrittore portoghese ha fatto scoprire anche a me, suo umile recensore italiano, opere d’arte preziose e affascinanti che il nostro Paese conserva e offre ai suoi visitatori. Al tempo stesso senza trascurare di rivolgere lo sguardo alle vicende politiche nostrane, con quei rigurgiti di fascismo e quelle lotte operaie che caratterizzarono i difficili anni ’70 in Italia.

Descrivendo luoghi e opere, Saramago rivela una cultura artistica ed una sensibilità straordinarie, che apprezzeremmo ad esempio nei nostri testi scolastici, che diventerebbero certamente più snelli e attraenti, ma non per questo meno validi. Perché mentre descrive, H.-Saramago non dimentica mai di commentare e di stuzzicare il lettore a ragionare con lui su cosa sia la vera arte, su cosa la renda immortale. Al contempo, però, la scrittura viene definita un’arte più sottile e più rivelatrice.

Ancora hanno spazio nel libro la condanna delle violenze fasciste, dell’oppressione che umilia e violenta l’uomo; la meditazione sul tempo che passa e sulla difficoltà di stare nel tempo e di dargli un senso; un omaggio al genere femminile.

Infine il cerchio si chiude e il messaggio che Saramago lascia ai suoi lettori è quello che tornerà poi anche nelle opere dei decenni successivi. La vita acquista senso nella condivisione, nell’impegno e nell’amore. Una vita solitaria, chiusa alle emozioni e ai sentimenti, insensibile alla bellezza e alla mortificazione dell’uomo… non può dirsi piena, non può dirsi umana, non può dirsi effettivamente vita.