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Mandami tanta vita – Paolo Di Paolo

Consultando le recensioni qui in Libreria, la mia attenzione è stata calamitata da una trama all’interno della quale ho letto il nome di Piero Gobetti, personaggio troppo spesso misconosciuto della politica e della cultura del nostro primo Novecento. Intorno alla figura di questo battagliero editore, scrittore, politico liberale, il giovane autore Paolo Di Paolo (Roma, 1983) ha costruito una vicenda romanzata pregevole: il romanzo, finalista del premio Strega 2013, porta il titolo Mandami tanta vita.

È il carnevale del 1926 e tra Torino e Parigi si svolgono le storie dei due giovani protagonisti, Moraldo e Piero (Gobetti, appunto). Il primo è uno studente di Lettere di origini modeste, che viene dalla provincia e disegna caricature; il secondo, anche lui di famiglia umile, è un attivista politico osteggiato dal regime fascista che lo ha fatto anche bastonare e incarcerare. Mentre Moraldo perde e recupera la propria valigia e conosce una misteriosa e sensuale fotografa, Piero abbandona la sua Torino con l’obiettivo di riprendere l’impegno editoriale e politico da esule.

Moraldo è irresoluto e politicamente disimpegnato, mentre Piero ha le idee ben chiare, sfida l’autorità di vecchi docenti universitari come del regime e solo alla fine, e con estremo dolore, sceglie la via dell’esilio. Tuttavia c’è anche qualcosa che accomuna i due giovani e che si può ricondurre proprio alla loro età: sono entrambi alla ricerca del loro posto del mondo, non senza incertezze e ripensamenti.Mandami-tanta-vita-di-Paolo-Di-Paolo-Feltrinelli-258x394

Piero, l’intellettuale impegnato e determinato, rivela tutta la propria fragilità nel rapporto con l’amatissima moglie Ada, alla quale arriva a chiedere di essere tenuto stretto come se fosse il suo bambino. Moraldo si scopre vile, iracondo, superficiale, ma chissà che l’incontro fugace con Piero non possa cambiare qualcosa.

In una prosa semplice ma non senza pretese di originalità, complessivamente apprezzabile, l’autore rappresenta e denuncia l’Italia fascista, meschina, corrotta e violenta (si sente peraltro, per quanto implicita, un’allusione anche al nostro presente). Ma racconta pure la storia di due ragazzi che affrontano, ciascuno a suo modo, quel tempo difficile della vita in cui la giovinezza finisce e bisogna diventare e dimostrarsi uomini.

Piero morì prematuramente, proprio in quel febbraio del 1926, a causa di problemi di salute aggravati (se non provocati) dalle bastonate dei fascisti. Aveva neppure 25 anni, intensamente vissuti come intellettuale e come politico; ed è proprio questa l’eredità che resta di lui, quasi cento anni dopo, e che i giovani (e meno giovani) contemporanei dovrebbero raccogliere: coltivare la conoscenza e la politica con passione e rimanere “politici” pure, e soprattutto, quando la politica tradisce.

Questo impegno può contribuire a dare un senso al nostro vivere, anche proprio in quel passaggio difficile all’età adulta fatto di passione e incertezza, di entusiasmo e di malinconia, di voglia di fare e di paura che il tempo non sarà sufficiente.

La recensione che ha scatenato il mio interesse si può leggere -> qui.

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Recensione di
D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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