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L’uomo di Calcutta – Abir Mukherjee

Il genere poliziesco non è tra quelli che preferisco, a meno che la trama “gialla” non sia occasione per descrivere una società e un’epoca, come hanno fatto in maniera magistrale il nostro Sciascia o Vasquez Montalbàn. Piacevole scoperta è stata quindi per me quella dello scrittore britannico di origini indiane Abir Mukherjee (Londra, 1974): senza essere un capolavoro, il suo romanzo d’esordio L’uomo di Calcutta (A rising man, 2016) è una lettura piacevole che al tempo stesso apre uno squarcio affascinante e critico sull’India sottoposta alla dominazione inglese.

Il capitano inglese Samuel (Sam) Wyndham ha combattuto nella prima guerra mondiale e ne porta segni profondi nell’animo; anche la vita privata gli ha riservato un grande dolore. Dopo aver ricoperto vari incarichi anche nei servizi segreti, Sam viene inviato in India dove si trova ad indagare sull’omicidio di un alto funzionario britannico e su un assalto a un treno costato la vita ad una guardia. Sam scopre ben presto che condurre un’indagine in India è molto più complesso del condurla nella madrepatria. Infine gli intrighi saranno svelati, ma non si potrà dire fino in fondo che giustizia è stata fatta.

Sam Wyndham appartiene alla categoria degli investigatori tormentati che si portano dietro fragilità e vizi ma al tempo stesso una sensibilità e un senso morale molto spiccati che li distinguono dalla maggior parte delle persone che li circondano. È soprattutto attraverso il suo sguardo straniato e straniante (è lui infatti il narratore interno della storia) che vediamo l’India britannica: Sam vive con disagio, quasi con vergogna, la dominazione britannica in India, con le ingiustizie e i soprusi che comporta; e finisce col compiere piccoli ma importantissimi gesti che non possono da soli cambiare il sistema, ma rappresentano una presa di posizione inequivocabile.

Attorno a Sam si muovono numerosi altri personaggi, indiani, meticci, europei, spesso corrotti o facilmente corruttibili, descritti in maniera realistica ed efficace: tra questi spiccano la bella Annie Grant, che riesce a far breccia nel cuore dolente di Sam, e soprattutto il sergente indiano che collabora con il capitano, il cui vero nome, troppo difficile da pronunciare per gli europei, è stato modificato per assonanza in Surrender-not. Accomunati da un certo idealismo, che nel sergente talvolta sfiora l’ingenuità, Sam e Surrender-not collaborano all’indagine muovendosi attraverso una città di Calcutta perfettamente delineata, con il suo clima umido e torrido, i suoi quartieri nettamente distinti tra città bianca e città nera e i fermenti di rivolta violenta e non-violenta contro la dominazione britannica che crescono.

Il romanzo, lodato dalla critica anche per l’accuratezza della ricostruzione storica degli ambienti e degli umori, è il primo di una serie che ha per protagonista il capitano Wyndham e si rivela, pagina dopo pagina, una lettura gradevole e avvincente, nonostante un eccesso di colpi di scena; ma soprattutto è un libro che in maniera lieve ma niente affatto superficiale ci ricorda come la Gran Bretagna, modello di civiltà in Occidente, fondasse il suo potere e il suo prestigio internazionali sullo sfruttamento e l’umiliazione dei popoli del suo vasto impero coloniale (non mancano, nel romanzo, accenni polemici anche alla questione irlandese).

È questa la tragica contraddizione dei regimi liberali e democratici del XIX secolo e della prima metà del XX; e il più subdolo ma non meno invasivo neocolonialismo attuale perpetua ancora oggi la vergogna. Perciò la distanza tra Nord e Sud del mondo non può tuttora essere realmente colmata, ed è in questa disparità l’origine di drammi contemporanei come l’immigrazione di massa verso l’Occidente.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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