L’Ultimo dei Giusti – André Schwarz-Bart

I capolavori sono capaci di bucare le tenebre dell'ignoranza. Da un mucchio di libri ammuffiti, stipati nel cartone di un venditore ambulante, fa capolino l'anonima copertina verde di una preistorica edizione Feltrinelli: L’ultimo dei Giusti, autore tale André Schwarz-Bart.
L'incipit "Ai nostri occhi giunge la luce di stelle morte" è la molla per l'acquisto e per la lettura delle centinaia di pagine che seguono. Poi, molto dopo, si saprà (io saprò) che si tratta di un grande libro, secondo molti addirittura di un must della cultura ebraica, una pietra miliare del novecento più volte ripubblicato, anche di recente. Al di là della qualità letteraria (elevatissima), questo libro ha la capacità di invilupparti nel mondo che descrive.
Parte con toni epici, puntualmente smorzati da uno sguardo ironico che spazia su centinaia di pogrom in cui generazioni di ebrei muoiono quasi serenamente, in accettazione – addirittura in attesa, a volte pare – di un destino scritto dall'inizio dei tempi; nel gioco delle parti non vengono meno al proprio ruolo i gentili, che "devotamente" li massacrano, come prescritto si debba fare con i deicidi, e quindi quasi si trattasse, per loro, di niente più che l'adempimento di un dovere religioso e civile; l'effetto è quasi pittorico, con i personaggi incastonati per sempre nella parte che la storia gli ha assegnato, con in volto espressioni dolenti indossate come maschere, nell'accettazione della condizione ontologica che gli è toccata in sorte: quella delle vittime. Le vicende scavalcano i secoli, la leggenda della famiglia Levy e dei suoi Giusti cresce con il susseguirsi delle generazioni e oltrepassa i confini delle tante patrie che la comunità è costretta ad eleggersi, una per ogni cacciata, migrando per mezza Europa e lungo un millennio: Inghilterra, Francia, Polonia, Germania, fino alla destinazione finale, atrocemente facile da immaginare, cui giunge
Erni, l’ultimo della famiglia, il Giusto, forse l’unico vero. Questo protagonista non è il tronco portante del romanzo, semmai ne è la gemma che sboccia sull’ultimo ramo, introdotto solo quando la cronologia lo consente, con la narrazione che di Yom Tov in Manasse, di Joakim in Rachel in Haim, rotolando giù per l’albero della storia raggiunge finalmente il Novecento e le figure poderose di Mardocheo (Mordechai?) e della grande Judith, i nonni di Erni, figlio di due genitori che l’autore costruisce come le figure più modeste del racconto. E’ un libro vasto per estensione spaziale e temporale, popolato da una folla di personaggi che attraversano tutte le sfumature della natura umana, che infine si cristallizza in un affresco costruito con tessere viventi. Dovessi trovare un’affinità, prendendo il coraggio con tutte le estremità prensili di cui dispongo, consapevole dell’eresia direi “Cent’anni di solitudine”. Ma solo per la capacità pittorica della scrittura e per la struttura della narrazione, per l’intreccio elaborato al punto da rendere a volte difficile la lettura. Nel mondo di Schwarz Bart aleggia sull’universo il senso sconsolato di una tragedia eterna, di una condizione, quella della vittima, che va oltre quella umana e le è complementare. Insomma, è uno di quei libri che probabilmente non si capiranno mai fino in fondo. Lasciano qualcosa – molto, in verità – che lavora dentro, scava e ogni tanto, magari a distanza di mesi e di anni, ti tira fuori un pensiero nuovo, un’emozione, un’intuizione, e ti trovi quasi sorpreso a ripensare a quel passo, a quel dialogo, com’era che diceva… era così… Ma no, non te lo ricordi, e chissà se poi era proprio in quel modo, magari no… Però, che libro!