Logos & Eros #5 – Cinquanta sfumature di grigio, E. L. James

Ho acquistato Cinquanta sfumature di grigio sul Kindle, perché fa parte di quella schiera di libri per cui mi dispiacerebbe rendermi complice della morìa di poveri alberi innocenti. Nonostante questo, volevo leggerlo a tutti i costi: un po’ perché ne parlavano tutti, un po’ perché nell’ambito della letteratura erotica è già stato scritto e fatto tutto e il contrario di tutto, dalle storie quasi romantiche a quelle quasi (e oltre) reato, ormai non ci si stupisce più di niente – mi domandavo quindi cosa ci fosse di così sconvolgente in questo libro da scatenare tutto questo gran polverone, con tanto di copertina dedicata su Panorama e conseguente inchiesta-verità.

In effetti, al primo impatto di nuovo o scioccante in Cinquanta sfumature di grigio non c’è proprio niente. Tutto attinge dal pozzo dei cliché, dal nome con le sole iniziali dell’autrice (che in ambito letteratura erotica fa sempre mistero misto a vergogna – e quindi attira), alla protagonista femminile tanto buona e cara stile madonnina infilzata che nasconde però in sé una tigre del ribaltabile, fino al protagonista maschile ricchissimo, bellissimo, potentissimo e tormentato da oscuri traumi infantili che giustificano il suo voler legare le amanti come dei salami. Gli altri personaggi sono praticamente inesistenti, così come le descrizioni dei luoghi. Insomma, tutto nel racconto è focalizzato su Anastasia e Christian Grey, sui loro passatempi e il rapporto morboso che li lega.

Giro l’ennesima pagina con l’ennesimo sbadiglio – anche le descrizioni erotiche, all’inizio carine, scadono presto nel banale – e mi convinco che Cinquanta sfumature di grigio non è che un Harmony in cui però ogni tanto qualcuno si infila un preservativo (negli Harmony veri non lo fanno mai, lo avete notato?) fino a quando la folgorazione: Anastasia non fa tutto questo per amor di Grey, bensì per se stessa. L’autrice prova a infarinare la storia di quell’ ” io ti salverò!” che renderebbe più digeribile a tutti l’idea che una donna si presti volontariamente e gioiosamente a questo tipo di pratiche – “sì, è orribile, ma alla fine lo fa per lui, perché lo ama…” e invece no: la protagonista scopre che quello che fa le piace, indipendentemente dalla persona con cui lo fa. Ha il coraggio di scavare dentro se stessa – come sempre, il sesso è solo un pretesto – per provare a tirare fuori quello che è veramente, senza curarsi di ciò che dovrebbe invece essere.
Il finale, inverosimile e raffazzonato – praticamente Anastasia fugge disperata da casa di Grey solo per un paio di sculacciate più forti del solito – non ha fatto che avvalorare questo mio punto di vista. Non ho ancora letto il seguito, ma mi piacerebbe immaginare Anastasia in un posto tipo Disneyland a divertirsi come una pazza – e magari a circuire il ragazzo che interpreta Ciop, non c’è perversione più perversa del travestimento dopotutto – e Grey che si gira i pollici, sconsolato, nella “stanza rossa delle torture”.