Lo scaffale della Poesia #2 – Vincenzo Cardarelli

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io sono come loro,

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

Com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.

Mi illuminarono come una luce che combacia perfettamente con quella dell’anima questi versi, quando, ancora ragazzina, li lessi a scuola in un libro di narrativa. Non è forse, infatti, esperienza comune a molti di noi quello di anelare alla pace, ma di vivere, nonostante questo, in una continua ed inquieta bufera temporalesca dell’anima?

Vincenzo Cardarelli, giornalista e prosatore, oltre che poeta, della prima metà del secolo scorso, è stato definito  dalla critica, come un poeta  “discorsivo” e “prosastico”. Leggendo la sua raccolta di poesie, nonostante tutto, l’andamento melodico, il ritmo e  il sofisticato intreccio sintattico donano al verso ben poco di prosastico, o lineare, a mio parere.

Questo perché, come ha notato Giuseppe de Matteis, negli anni ’70, la poesia di Cardarelli riceve dal suo autore il mandato di una esplorazione interiore, basata sull’auto-indagine psicologica, proprio in un’epoca in cui la poesia (nei primi anni ’20 e ’30 del XX secolo) si era lasciata affascinare dai “labirinti musicali” delle “fumosità ermetiche”. E’ per questo che Cardarelli si colloca al di fuori della corrente poetica del suo tempo, con singolarità.

La poesia del Cardarelli è sempre alla ricerca dell’abisso e anche quando dipinge la natura in versi,  il dramma contenuto nel suo substrato emotivo è, ad ogni momento, palpabile.  Ad esempio in  “Sera di Gavinaia”, leggiamo:

Sui tuoi prati che salgono a gironi,

questo liquido verde, che rispunta

fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,

al vento trascolora, e mi rapisce,

per l’inquieto cammino,

sì che teneramente fa star muta

l’anima vagabonda.

I colori vividi del bosco si mescolano in parole di pastello allo scrosciare della pioggia improvvisa e insieme ci donano il senso dell’inquietudine dell’autore. E ancora in “Scherzo”:

 

Il bosco di primavera

ha un’anima, una voce.

E’ il canto del cuccù,

pieno d’aria,

che pare soffiato in un flauto.

Dietro il richiamo lieve,

più che l’eco ingannevole,

noi ce ne andiamo illusi.

Il castagno è verde e tenero.

Sono stillanti persino

le antiche ginestre.

Attorno ai tronchi ombrosi,

fra giochi di sole,

danzano le amadriadi.

Natura, magia, mitologia, senso d’ignoto e paura si fondono in versi limpidi, eppure evocativi.

Il tono della sua poesia sembra talvolta dimesso, ma non perde di forza introspettiva, di impeto volitivo. Cardarelli, fondatore della rivista “La Ronda”, nel 1919, e collaboratore de “La Voce”, attinge alla poesia leopardiana, alla riflessione intensa di Pascal e a quella “allucinata ed ebbra” di Nietzsche, alla vivida forza della parola in Baudelaire, rielaborandone i motivi secondo la sua ispirazione ed esperienza interiore.  Per questo, forse, ci appare tutt’ora misteriosamente moderno.