L’Ikea no!

Uomini che odiano le donne, scrittori che infarciscono di cultura pop i loro romanzi, lettori che odiano leggere referti medici al posto di descrizioni, ma anche vicende che si intrecciano come in un bel giallo dalla struttura complessa quanto basta.

Il primo romanzo di Stieg Larsson è un mattone di oltre 600 pagine, ma ‘mattone’ non è sinonimo di ‘brutto libro’, o di noia. Se c’è una cosa che non gli si può rimproverare, infatti, è la struttura narrativa avvincente, in cui s’intrecciano più storie che, all’inizio, sembrano slegate, ma poi cominciano a convergere e intrecciarsi. Mikael Blomqvist, infatti, è un giornalista che indaga sulla sparizione di una ragazza, che fa parte di una nota famiglia di industriali, in cambio di preziose informazioni su un criminale che vuole incastrare. Questo sembra l’unico motivo che lo spinge a proseguire, finché non si fa coinvolgere da una storia sempre più torbida e complessa. Perché, però, raccontare tutto questo con uno stile che oscilla tra l’asetticità di uno scontrino fiscale e la pubblicità gratuita a tutti i marchi menzionati? Perché essere così espliciti nelle descrizioni delle scene di sesso, schizzate senza alcun trasporto, come se si parlasse di un’autopsia?
Uno stato d’animo descritto attraverso modi di fare, gesti, piccole nevrosi, è molto più efficace di una definizione tratta da un vocabolario; le citazioni sono più divertenti e gratificanti se inserite in modo implicito, nascoste tra le righe, e non attraverso un elenco irritante di nomi. A che servono, poi, le molte descrizioni di particolari insignificanti ai fini narrativi, piazzate li solo per far pubblicità all’Ikea? I libretti d’istruzione e i foglietti illustrativi non sono le letture preferite dal pubblico.