Leggere.

Quando si scrive c’è sempre un senso, una motivazione. E c’è sempre un destinatario, anche se l’autore non scrive che per se stesso.
Non si può pubblicare qualcosa senza voler dire qualcosa per qualcuno, chiunque esso sia.

L’autore intavola un dialogo che non è mai semplice, mai gratuito con il suo pubblico, un dialogo che vuole muovere convincere, informare, consolare, indignare, insomma vuole esprimere qualcosa, dare qualcosa, urlare qualcosa. Un testo non è mai neutro.
 

La lettura si sa è per eccellenza  occupazione solitaria: la lettura non lascia alcun margine di libertà ai sensi, li assorbe completamente, impedendo al lettore di fare qualsiasi altra cosa. La lettura distrugge momentaneamente le relazioni del lettore con il suo universo, per ricostruirlo poi con l’universo dell’opera che sta leggendo.

Infatti chi legge, di solito, è dominato da insoddisfazione, da un notevole squilibrio tra  sé e l’ambiente in cui vive.
Non è assurdo dire che probabilmente un popolo felice, non avrebbe forse storia ma di certo non avrebbe letteratura, perché un popolo felice, non sentirebbe il desiderio di rifugiarsi nella lettura.

Sto forse insinuando che chi legge è una persona triste e infelice? Certamente no.
Ma chi legge è certamente una persona riflessiva, evasiva, tendente all’insurrezione, al mutamento.

Leggere cambia sempre qualcosa nella nostra mente, nei nostri occhi che guardano il mondo.

Si sente spesso parlare di letteratura d’evasione con una sfumatura di disprezzo. Ma in realtà ogni lettura è di evasione: bisogna solo capire da che cosa si evade.
Ogni lettura, di qualsiasi genere essa sia, permette al nostro corpo di staccare tutte  le sue spine collegate alla realtà, di sollevarsi dal peso della vita e di immergersi in un altro mondo, in un’altra storia, in un’altra vita.
Se siete qui, se avete letto questo post, se siete arrivati fino alla fine allora non illudetevi, siete anche voi dei fuggitivi.

Fonte: Robert Escarpit, Sociologia della Letteratura (1992)