Leggenda privata – Michele Mari

Nel 2018 il Premio Napoli ha visto fronteggiarsi in finale, nella sezione dedicata alla narrativa, tre opere che, seppure in maniera molto diversa, rappresentano tutte una sorta di resa dei conti dei rispettivi autori con le proprie radici (rappresentate emblematicamente dalle figure paterne). Sui rapporti familiari, estremamente tormentati, è incentrato in particolare Leggenda privata, libro autobiografico di Michele Mari (Milano, 1955).

Michele non è più un ragazzino, ma quando gli Accademici pretendono che lui scriva la propria autobiografia il racconto finisce col concentrarsi sugli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, lambendo appena la giovinezza e senza andare oltre. Così, attraverso libere associazioni di idee che ovviamente non seguono l’ordine cronologico degli eventi, nasce questo racconto (carico di “orrore” – come Mari stesso più volte ripete) della prima parte della vita dell’autore.

La figura di Michele emerge dal libro come quella di un disadattato, dimidiato tra due mondi, quello del padre Enzo – di origini umili, diventato un grande nome del design con le sole proprie forze e talenti, autoritario e violento – e quello della madre Iela – di origini borghesi e agiate, amica e parente di varie celebrità, che aveva scelto di rinunciare ai privilegi della propria condizione precipitando però col tempo in un abisso di umiliazione e alcolismo. Un padre in ascesa e una madre in discesa, ben presto separati; e lui nel mezzo: terrorizzato e al tempo stesso ammirato di fronte al padre; legato da profondo affetto ma anche da un sentimento di compassione nei confronti della madre.

Michele cresce quindi con difficoltà, fra traumi familiari, tic, manie, un rapporto problematico con il genere femminile e la sessualità (l’orrore nelle sue varie manifestazioni). Le ossessioni e i tormenti prendono dunque la forma di visioni (come gli Accademici) che ancora oggi, in età più che adulta, lo perseguitano e lo obbligano ad una resa dei conti con il passato alla quale lui non è del tutto pronto (come dimostrano le prime pagine del libro, particolarmente arzigogolate e artificiose, di lettura difficile e pesante).

José Saramago nel suo Manuale di pittura e calligrafia osserva che quanto più un autore finge e costruisce e manipola, tanto più si mette a nudo, se siamo capaci di leggere oltre le righe. Dunque il libro di Mari va accolto così: una confessione intima sostanzialmente fedele e al tempo stesso deformante e deformata, che si traduce in una autoterapia in parte riuscita e in parte mancata.