Le vergini suicide – Jeffrey Eugenides

Non ne conosco il motivo, ma quando c’è aria di neve mi viene sempre voglia di rileggere qualche pagina di questo libro. Forse perchè l’ho sempre trovato lieve, avvolgente e misterioso proprio come la neve; forse per quella sensazione di vita congelata e statica, in attesa di sbocciare in una primavera che non arriverà mai, che descrive alla perfezione l’esistenza delle sorelle Lisbon.

Questo romanzo parla di suicidio sin dal titolo, ma paradossalmente questa è la cosa meno significativa di tutto il racconto – così come la morte non sembra mai una vera morte, ma piuttosto un migrare in una dimensione altra, priva di divieti e di costrizioni, dove si è liberi di esprimersi senza giunture dolorose. Il vero stillicidio è il consumarsi della vita in giorni sempre uguali, piatti e monotoni, che scivolano l’uno sull’altro come le pantofole sul pavimento sempre ben cerato di casa Lisbon. Perfino i rumori sono attutiti, nemmeno la natura – pur con tutta la sua forza disperata – riesce a sopravvivere in quel quartiere: una misteriosa e letale malattia ha colpito tutti gli alberi, che muoiono lentamente avvelenati proprio come le cinque sorelle. La loro vita quotidiana – da ordinata e regolare com’è all’inizio – diventa sempre più insensata e scivola lentamente in una follia senza rimedio, che trascina senza mistificazioni alla tragedia finale.

Qua e là per il romanzo, come un fiammifero che si spegne subito, la natura adolescente, curiosa e birichina delle ragazze fa capolino: memorabile la scena in cui, a cena con i genitori e l’unico ragazzo a cui sia mai stato permesso di varcare la porta di casa, le sorelle si prodigano in carinerie e piccoli dispetti, facendo di tutto per mettere in imbarazzo il malcapitato del tutto digiuno delle arti femminili. Vita vera, sana, normale – che soffoca lentamente nella tela di ragno di un’esistenza sempre più costretta e vuota.

Sullo sfondo – e come potente voce narrante – quella bruciante di desiderio di un gruppo di amici coetanei delle ragazze, delle quali sono perdutamente innamorati a distanza. Forse potrebbero perfino salvarle, ma sono adolescenti anche loro – e come tali timorosi e spaventati di fronte a qualcosa di troppo grande e oscuro da gestire. Quando comincia a spuntare uno spiraglio di luce, è già troppo tardi e le ragazze sono già scivolate in quell’altrove che da sempre avevano immaginato.

A un certo punto comincia a farsi strada nel racconto l’idea che le sorelle Lisbon vengano spinte a uccidersi come unica via di fuga dall’eccessivo e morboso controllo dei genitori, della madre soprattutto. In realtà, per quanto claustrofobici, non sono personaggi così tremendi e oppressivi da portare a un gesto simile. Ci deve essere qualcosa di più, per forza. Le sorelle cadono una dopo l’altra come le tessere di un domino dopo la morte iniziale di Cecilia, la più piccola e la più fragile di tutte, ma allo stesso tempo quella che ha trovato per prima il coraggio di varcare la soglia dell’ignoto.

Cos’è, allora, che ha spinto le sorelle Lisbon a non vedere più via d’uscita? Forse è la paura di crescere e di vivere un’esistenza adulta in un mondo che di fantastico non ha proprio niente, che annega quotidianamente in un grigiore sempre uguale, dove gli alberi verdi muoiono, la bellezza sfiorisce, i sogni non si avverano e il ragazzo che ti ha portata al ballo della scuola ti dimentica il giorno dopo con un’altra, come se non fossi mai esistita. Diventare davvero quell’ombra che ci si sente di essere.

Un’altra recensione di questo romanzo su La Libreria Immaginaria la trovate qui.