Le vedove del giovedì – Claudia Piñeiro

Alla ricerca di un “giallo” da regalare ad appassionati del genere, mi imbatto in un romanzo recensito molto positivamente da José Saramago, uno dei miei numi tutelari non soltanto in campo letterario. La curiosità ha facilmente il sopravvento e quindi le copie acquistate diventano due: una da regalare e l’altra da divorare personalmente. L’autrice è la scrittrice argentina Claudia Piñeiro (Buenos Aires, 1960), il romanzo si intitola Le vedove del giovedì (Las viudas de los jueves, 2005) e, al di là delle apparenze, non è (solo) un “giallo”.

A cinquanta chilometri da Buenos Aires sorge un country, un quartiere chiuso riservato a persone benestanti che vi trascorrono periodi più o meno lunghi di vacanza o vi si trasferiscono definitivamente con le famiglie. Altos de la Cascada – questo è il nome del country – è una sorta di mondo separato, con le proprie regole e i propri rituali, tra cui le riunioni di alcuni amici il giovedì sera, rigorosamente senza le mogli. Una notte di settembre, pochi giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, uno di questi incontri tra uomini si conclude con tre cadaveri in piscina e un quarto amico sopravvissuto, sembra, per puro caso.

Al presente della narrazione sono dedicati solo pochi capitoli, i primi due e gli ultimi sei, che si ricongiungono ad anello; i quaranta capitoli intermedi contengono invece dei flashback che ricostruiscono, poco a poco, il mosaico della vita degli abitanti del country. In questo modo il lettore viene introdotto progressivamente in un mondo solo apparentemente dorato e nelle sue reali miserie, che culminano nella morte dei tre amici del giovedì.

Nel romanzo inoltre si alternano due voci narranti, quella di un personaggio collettivo che rappresenta la comunità del country e l’altra di Virginia Guevara, che a quella comunità appartiene ma, seppure solo in parte, se ne distingue. Questo espediente arricchisce il racconto e al tempo stesso lo rende più complesso, in virtù delle due diverse focalizzazioni sulla vicenda narrata.

Altos de la Cascada offre l’illusione del benessere e della sicurezza: protetto da torrette di guardia e da controlli capillari in ingresso e in uscita, con le sue ville, i giardini, le piscine, i campi da tennis e da golf, la servitù, i cani di razza… il country sembra davvero un’oasi felice, in cui arriva solo un’eco lontana del resto del mondo: che si tratti della povera vita del vicino borgo di Santa María de los Tigrecitos o delle brighe dei palazzi del potere o delle grandi tragedie del terrorismo del terzo millennio.

Ma la realtà è ben diversa. Altos de la Cascada è un luogo artificiale e artificioso, dove tutto risponde a precise regole (compresi l’addestramento dei cani e la stenditura dei panni) e i rapporti umani sono puramente formali; dove non esiste autenticità e le magagne vengono tenute celate perché il decoro formale e l’apparenza di benessere devono essere salvaguardati; dove si identifica la felicità con il benessere economico e ci si lava la coscienza nei confronti dei meno fortunati con una ostentata beneficenza.

Altos de la Cascada è anche un mondo in decomposizione: lo corrodono dall’interno invidie e rivalità, intolleranza e razzismo, incomunicabilità, dipendenze da alcol e droghe… e su tutto la paura della fine dell’incanto, che spiega anche la morte grottesca degli amici del giovedì; intanto un colpo sta per essere sferrato contro il country anche dall’esterno.

Qualcosa, in questo romanzo, mi ha ricordato le atmosfere del romanzo La caverna di José Saramago. Saramago delinea scenari surreali, la Piñeiro resta aderente al realismo; ma entrambi gli scrittori svelano l’inganno di un benessere apparente, che idolatra futili beni materiali e a queste funeste Sirene sacrifica emozioni e verità; l’illusione però è destinata a infrangersi drammaticamente in quanto costruzione fasulla e fragilissima.

L’inganno del consumismo e del conformismo non può durare a lungo e non potrà che far colare a picco uomini e donne vissuti in una torre d’avorio e perciò incapaci di affrontare la dura realtà delle cose.