Le ultime cinque ore – Douglas Coupland

Visto che nell’articolo Da Stendhal a Coupland, passando per la TV accennavo proprio a Douglas Coupland, mi sembra corretto proseguire recensendo “Le ultime cinque ore”.

Quattro personaggi con motivazioni e storie differenti si ritrovano in un bar. La luce va via per tornare immediatamente e quando dalla televisione giunge solo nebbia elettronica è l’inizio di una catastrofe planetaria in cui il prezzo del petrolio aumenta oltre misura e il caos prende forma attraverso un invasato cecchino e una nube tossica che si avvicina al locale.

L’universo di Coupland è un frullato di siti web per incontri, centri commerciali, telepredicatori, psicoterapeuti – insomma, tutto ciò che ci circonda, anche virtualmente. “Le ultime cinque ore” ha un po’ meno azione di “Tutte le famiglie sono psicotiche” e somiglia molto a “Generazione X” per le riflessioni sul mondo moderno, sulla ricerca della propria individualità, aggiungendo stavolta considerazioni di carattere religioso – complice la presenza di Luke, il pastore che ha perso la fede.

Sopratutto, i quattro personaggi si interrogano sul dare un senso alla propria vita quando si è intorno ai quarant’anni e non si è raggiunta quella realizzazione che da giovani sembrava data per scontato, come una promessa inconscia. Ci si sente sconfitti, si guarda indietro e si contano i fallimenti più grossi – divorzio, alcolismo, una strada intrapresa solo onde seguire le orme paterne – per cui bisogna reinventarsi: un appuntamento via Internet, un programma di autostima, una crisi della fede. Unica eccezione: Rachel, diciannove anni, bella da sembrare finta, intende compiacere suo padre mettendo al mondo un figlio, dimostrandogli di essere una vera donna; apparentemente troppo giovane per avere una storia di sconfitte, ha già perso contro i suoi coetanei, che la prendono in giro per l’incapacità di distinguere i volti e la mancanza di emozioni.

Non è solo Rachel a doversi scontrare con i suoi fantasmi. Rick ha in testa gli insulti della sua ex moglie, Luke la voce del padre/padrone/pastore che gli offre solo un confronto in cui risulta perdente in partenza; Karen invece, masochisticamente, si scontra con se stessa, oltre che con l’età che avanza e la figlia adolescente, ribelle più per vocazione che per necessità.

In parte, è possibile accostare questo romanzo a “Punto Omega” di Don DeLillo, visto l’isolamento dei protagonisti che spinge all’introspezione. La nube era presente, oltre che in “Rumore bianco” di DeLillo, anche nel finale di “Generazione X”, con il quale ha molti aspetti in comune: “Le ultime cinque ore” si conclude infatti con una sorta di glossario a la Coupland, così come in “Generazione X” definizioni simili erano poste ai lati del testo. Qui però non si riflette semplicemente sull’insoddisfazione professionale ma sui fallimenti in generale: come moglie, come marito, come credente, come essere umano. Il concetto di “tele-predicazione” prende il sopravvento in molti punti, come nei discorsi appassionati – ma sostanzialmente vuoti e contraddittori – del cecchino.

Come dare senso alla vita? E’ questa la vera perversione della specie umana, che ha troppo tempo per pensare?