Le porte chiuse di Teheran – Zarah Ghahramani con Robert Hillman

In questo periodo di gravi tensioni internazionali, spesso legate alle vicende mediorientali, è più che mai necessario conoscere la storia remota e recente di quelle terre martoriate, liberandoci dell’ignoranza e dell’indifferenza in cui troppo spesso ci crogioliamo: solo così si può cominciare a pensare di proporre soluzioni che gioveranno a tutti e non solo ai popoli di quell’area geografica. E allora è utile certamente la lettura di una testimone diretta di uno dei regimi più intolleranti e violenti del Medioriente contemporaneo, quello degli ayatollah iraniani. Zarah Ghahramani (Teheran, 1981) è stata in carcere e ha subito umiliazioni e torture; fuggita poi all’estero grazie all’interessamento dello scrittore Robert Hillman, proprio in collaborazione con lui ci ha lasciato un resoconto drammatico e toccante della sua esperienza, Le porte chiuse di Teheran (My life as a traitor, 2007).

Zarah nasce a Teheran nel 1981 da una famiglia di etnia curda. Il padre è stato alto ufficiale dell’esercito sotto lo scià Pahlavi e a lui fedele, ma dopo la rivoluzione islamica di Khomeini non ha subito rappresaglie poiché non compromesso col precedente governo. La piccola Zarah cresce in un ambiente familiare ostile al regime di Khomeini, seppure non apertamente; dall’altro lato però deve uniformarsi alle regole, sempre più severe e restrittive (in particolare nei confronti delle donne), che il regime stesso impone. Priva di una coscienza politica profonda, ma insofferente ai divieti imposti, Zarah comincia a frequentare un gruppo di dissidenti che si riunisce intorno ad un giovane professore universitario di nome Arash, finché viene arrestata e imprigionata. È il 2001 e lei ha solo vent’anni. Nel famigerato carcere di Evin, pur venendole risparmiate le violenze più feroci grazie all’intervento del suo fidanzato vicino al governo, Zarah viene umiliata e torturata. Infine, dopo un processo farsa e trenta giorni di galera, viene liberata.

Il libro è scritto in una prosa semplice e scorrevole, a cui la narratrice aggiunge il suo tocco personale di sensibilità. Ai capitoli che raccontano l’esperienzauntitled in carcere, tra i pochi metri quadri della cella spoglia e maleodorante e la stanza degli interrogatori violenti e umilianti, tra guardie crudeli e funzionari sadici, si alternano altri capitoli in cui, in flashback, Zarah ricorda il suo passato, storie di famiglia, vicende sentimentali. La narrazione avvolge il lettore, calandolo quasi nei luoghi delle diverse vicende, lo commuove e lo indigna. E più di tutte resta impressa l’immagine, evocata più volte, delle donne con i capelli al vento: un sogno, per le donne iraniane costrette a nasconderli sotto il velo o il chador.

Zarah Ghahramani esprime con grande intensità l’amore per la sua terra persiana e per le sue tradizioni, per la fede zoroastriana della madre che l’ha educata alla mitezza e all’amore. Al tempo stesso, con grande lucidità, denuncia non solo le violenze e i soprusi del governo fondamentalista del suo tempo, ma anche di quello dello scià, in questo senso prendendo le distanze dalla posizione paterna e materna, e alza un grido di dolore e di ribellione contro tutte le dittature. Inoltre Zarah, con ammirevole sincerità, non presenta se stessa come un’eroina impavida. Tutt’altro. Confessa invece il terrore di quei giorni in carcere che l’ha spinta a rivelare i nomi di alcuni compagni e la vergogna per aver ceduto alle pressioni dei persecutori, per essersi preoccupata della propria bellezza deturpata dalle percosse e dalla malnutrizione, per aver concepito fantasie assassine contro i suoi carnefici. E tra le righe emerge forse anche la vergogna di aver infine lasciato l’Iran, invece di rimanere a combattere la battaglia della libertà nella sua patria.

Il libro è una testimonianza di grande valore e incisività, una storia vera perfettamente delineata nei paesaggi, usi, costumi, persone che Zarah rievoca, a seconda dei casi, con tenerezza e nostalgia o con disgusto e terrore. Tutti dovrebbero leggere le pagine di Zarah, perché la conoscenza di queste vicende non è mai sufficiente. E poi, insieme a Zarah, occorre meditare sugli orrori di tutte le dittature, sulle violenze perpetrate da tutti i fanatici e, non ultime, sulle responsabilità dei Paesi cosiddetti civili e democratici negli orrori mediorientali: perché non dobbiamo mai dimenticare che il colonialismo del passato e lo strisciante neocolonialismo del tempo attuale hanno sempre anteposto gli interessi economici e gli equilibri delle superpotenze del mondo ad un vero processo di modernizzazione e di democratizzazione dei Paesi colonizzati.