Le Onde – Virginia Woolf

Pochi giorni fa, nel mezzo di un’operazione di riordino del desktop ormai urgente, fra un biglietto del treno e la ricetta del panettone, ho trovato il primo, tentennante saggio che avevo scritto per un corso universitario del 2013. Ricordavo bene l’argomento: il concetto di “flusso” in Le Onde, di Virginia Woolf. Quello che non ricordavo era perché a vent’anni e a Lisbona, tra l’euforia della permanenza all’estero e quella di nuove amicizie, avessi scritto un saggio su un libro che parla di solitudine.

Le Onde è la più sperimentale e meno conosciuta, se così si può dire, fra le opere della Woolf. Pubblicata nel 1931, porta alle estreme conseguenze le forme e i temi esplorati nei romanzi precedenti, mettendo in scena questa pioggia di atomi che è l’esperienza umana. Le voci di sei personaggi si susseguono in un alternarsi di monologhi che non entrano mai in dialogo diretto, catalizzate dalla presenza silenziosa di un settimo personaggio: Percival.

La loro vita è evocata attraverso le percezioni emotive e razionali a cui danno voce: il sogno, il corpo, la natura, il tempo, l’ordine, la parola. Ciascuno di loro s’interroga su chi è e su dove passi il filo che lo lega agli altri e alla vita stessa, se ce ne sia uno. Le risposte sono infinite e tutte sospingono i personaggi dall’infanzia all’età adulta, dentro e fuori la consapevolezza della propria singolarità, della propria molteplicità, della propria partecipazione a un Sé che li riunisce e trascende, e che forse è da individuare proprio nel silenzio di Percival.

Questo, ammesso e non concesso che il lettore riesca a superare il senso di stasi, dovuto alla precisione scientifica con cui la Woolf scinde e immortala gli atomi del testo e dell’esperienza umana. Del resto, i suoi intenti sono chiari fin dal titolo: l’autrice seleziona le onde, al lettore il compito di comporre il mare.

Sono andata a rileggere i passi del libro che avevo sottolineato a matita, come di solito non faccio, e ho trovato questo (traduzione mia): “È curioso il modo in cui ti cambia, anche a distanza, l’aggiunta di un amico […]. Mentre lui si avvicina io smetto di essere me stesso e divento Neville mischiato a qualcuno – a chi? – a Bernard? Sì, è Bernard, ed è a Bernard che porrò la domanda, Chi sono io?”.

Ecco, ora mi ricordo perché a vent’anni e a Lisbona, tra l’euforia della permanenza all’estero e quella di nuove amicizie, ho scritto un saggio su un libro che parla di umanità, di ciò che definisce e unisce ciascuno di noi nel flusso di un dialogo vitale tanto impossibile quanto reale.